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MIRAGE [1991]












SCHEDA PRODOTTO (on/off)




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COLLEZIONE MUDETO



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MIRAGE 
AREA TEMATICA Design per l'Abitare | Design per il Lavoro
TIPOLOGIA Segreteria telefonica a microprocessori
ANNO 1991
PROGETTO Carlo Fontana
PRODUZIONE / PER Italtel Telematica - Gruppo STET, Master, Akada International Corporation
RICONOSCIMENTI Premio SMAU - Milano 1991, Museo Nazionale della Scienza e della Tecnica “Leonardo da Vinci”: collezione permanente, Milano 1992

MOTIVAZIONE 


Realizzato – su progetto di Carlo Fontana – da Akada International Corporation di Taiwan, importato dalla livornese Master e commercializzato per l’Italia da Italtel Telematica, Mirage è l’innovativo prodotto proposto per la prima volta sul territorio nazionale nel 1991: la segreteria telefonica a microprocessori. A pochi mesi dall’uscita sul mercato del primo accreditato [01] modello mondiale di segreteria digitale – la statunitense 1337 prodotta da AT&T –, il rinnovamento delle forme in uso per la tipologia (vincolate alla presenza dall’audiocassetta magnetica come parte mobile) può essere così apprezzato dal pubblico italiano grazie a un approccio già smaliziatamente glocal messo in campo da un progettista toscano e una realtà imprenditoriale asiatica con interessi e riscontri a livello planetario.

Al di là del valore ascrivibile alla componente elettronica integrata nel progetto, il modello Mirage convince in particolare per la cura dei dettagli, la decisa consapevolezza formale e l’eleganza caratterizzata da una linea peculiare e di forte impatto, risultato di un percorso d’indagine, del tutto autonomo rispetto al modello americano, che ragiona su una configurazione a un tempo ergonomica, stabile e rilevata rispetto al piano orizzontale. Una scelta espressiva assai persuasiva specie in quanto l’implicito potere deradicante dell’innovazione risulta saldamente incardinato al sostrato millenario della geometria euclidea così come al potere suggestivo e rassicurante di archetipi monumentali e modelli storici della radiofonia postbellica [02] sedimentati nell’inconscio collettivo dei consumatori [03]. Un connubio estetico forse esemplare, quello di Mirage, dove un prodotto efficacemente risolto dal punto di vista tecnologico conviene di manifestarsi sotto l’egida di reprise morfologiche “universalmente” consolidate al fine di rendere i volumi plastici adottati per «dar forma al “messaggio”»[04] assai meno gratuiti e perituri di quanto la «linea futuristica» evocata dalla comunicazione aziendale dell’epoca farebbe supporre.

Molte innovazioni “incrementali” applicate a tipologie d’uso più o meno consolidate condividono un comune destino: qualora sottoposte a un vaglio storico anche esiguo (e nel caso in parola, si tratta di oltre 5 lustri), tendono inesorabilmente a perdere l'evidenza dei connotati riformistici degli esordi. Quel che, per il mercato degli anni 90, costituisce il plus di rilievo del prodotto – «Mirage […] fa compiere un balzo in avanti alla tecnologia delle segreterie telefoniche: registra infatti i messaggi in entrata e uscita su microchip di memoria invece che su nastro; la gestione delle funzioni si concentra quindi esclusivamente nell’elettronica di sistema»[05] –, oggi rientra nel novero degli ormai acquisiti e sempre più frequenti step d’una parabola evolutiva che appare foriera di ben più incisive mutazioni nel campo delle strumentazioni al servizio delle pratiche interumane. Una parabola che sta già determinando una decisiva soluzione di continuità proprio nei riguardi delle relazioni interpersonali e della “comunicazione”, Quest’ultima, intesa nel suo complesso, appare ormai imprescindibilmente ramificata e articolata oltre che diffusa a livelli imparagonabili persino rispetto a quella riscontrabile nei primi due decenni di questo stesso secolo.

Un’evoluzione “connettiva” che, non a caso, ha ingigantito proprio il ruolo e gli strumenti dedicati a “gestire l’assenza” fisica nel campo del lavoro (ma non solo); una funzione coordinativa e di controllo pressoché sconosciuta nelle precedenti società ma evidentemente essenziale nella nostra.

Pur relativamente recente, il progetto qui presentato, appartiene per certi versi a un mondo lontano dall’esperienza delle giovani generazioni, correlato com’è a un “rumore di fondo” strumentale poco o niente affatto pertinente alla loro vita vissuta (come il fax e altre tecnologie di “mediazione” comunicativa con le quali, sul finire del secolo scorso, le modalità di lavoro – in primis quelle con l’estero e il lontano oriente in particolare [06] – si sono progressivamente effettuate ed evolute). Eppure proprio con questa tipologia di prodotto siamo al cospetto della “genesi” di una strumentalità relazionale elettronica tuttora in progress, ovvero a un frangente “sorgivo”, denso di “ragioni” e sensi conflittuali la cui intensità può forse offrire utili dettami anche per il futuro progettuale del settore.

La pur breve distanza temporale che ci separa dalla prima uscita del prodotto, rimarca peraltro una difficoltà supplementare che pertiene in particolare la delineazione dei contesti successivi agli anni 80. Laddove cioè la novità tecnologica, e il progetto industriale coinvolto con essa, rispetto al passato tende a declinare assai più celermente la propria rilevanza sociale ed economica. Sorte comune dell’innovazione d’ogni epoca è l’eclissarsi col tempo al divenire del contesto storico in cui si trova inserita, ma a partire dagli ultimi due decenni del secolo scorso non si può fare a meno di rilevare un’esiziale tonalità tipica del mondo contemporaneo: la sconcertante esiguità della durata degli apparati strumentali con i quali i consumatori si relazionano quotidianamente. Un “decadimento” delle protesi tecnologiche (e in particolare i devices elettronici de-materializzati) assai preoccupante proprio perché accade con tali tempistiche da creare anche in chi è ancora trentenne, aneliti nostalgici per ormai inattuabili downgrade tecnologici universali.

Illuminante a questo proposito è il monologo interpretato da Drew Barrymore in una pellicola risalente al 2009 (a quasi vent’anni dalla 1337): «Una volta un uomo mi ha lasciato un messaggio vocale in ufficio, così l’ho chiamato a casa; lui mi ha mandato una e-mail sul blackberry e io un sms sul cellulare; lui ha risposto su e-mail al mio indirizzo privato, così è sfumato tutto. Io rimpiango i giorni in cui c’era un solo numero di telefono e una segreteria telefonica e in quella segreteria telefonica c’era una cassetta e in quella cassetta o c’era un suo messaggio o non c’era. Adesso invece devi correre a controllare tutti i portali solo per sentirti rifiutata da sette tecnologie diverse. È stressante»[07].

Vale forse la pena domandarsi come mai sia plausibile che il personaggio interpretato da Barrymore (classe 1982) rimpianga proprio il modello analogico di segreteria telefonica e non piuttosto quello digitale a lei più prossimo. Molto probabilmente siamo di fronte a un tratto comune a molte relazioni prodotto/essere umano: l’inerzia del portato mnemonico collettivo e individuale inerente soprattutto gli oggetti domestici. Ricordi che non di rado affondano le proprie radici in una sorta d’imprinting originario riconducibile alla fruizione “animistica” dell’infanzia. Una qualità fruitiva, indifferentemente attiva o passiva (ovvero osservata o praticata in prima persona) che nella persona matura tende, con frequenze spesso sottovalutate, a privilegiare la memoriale vividezza dei modelli pre o persino ipo-tecnologici (magari risalenti ai precedenti decenni), rispetto alle più sofisticate e performanti proposte del mercato contemporaneo.

Sebbene la prima audiocassetta musicale (presentata all’IFA - Internationale Funkausstellung Berlin da Philips utilizzando nastro Basf) risalga addirittura al 1963, fino alla fine del XX secolo è ancora lei a godere «di una grande popolarità, riuscendo a competere con la diffusione sempre maggiore dei compact disc. Nonostante il supporto digitale» sia «caratterizzato da una qualità audio migliore e dal fatto di non essere pressoché soggetto ad usura», l’audiocassetta continua a «essere il supporto più diffuso per l’ascolto di musica tramite walkman»[08]; un oggetto di cui, apparso per la prima volta nel 1979, vengono prodotti ben 50 milioni di esemplari, dando modo a livello planetario di constatare come anche un “prodotto industriale” sia in grado di approssimarsi con successo alla sfera più personale ed intima «in singolarissima relazione con la pratica en plein air del “camminare”, “correre” ed “essere tra la folla”»[09].

Dunque, anche grazie al clamoroso successo dell’originale Walkman, realizzato da Sony, «fino alla fine degli anni novanta», l’audiocassetta rimane «il principale supporto su cui poter effettuare facilmente registrazioni casalinghe, compilation, duplicazioni o riversamenti da altre sorgenti audio», tra l’altro restando «per diverso tempo, l’unica in grado di permettere la registrazione in tempo reale, nonché […] di riutilizzare uno stesso supporto più volte»[10]. Ed è proprio questa familiarità operativa – diretto portato della consistenza materiale e di una “manabilità” non di rado connessa a fenomeni di rinforzo nei riguardi di relazioni sociali, amicali e sessuali –, a far sì che nella coscienza collettiva la segreteria telefonica analogica sia assai più presente e vivida della sua più recente e performante sostituta.

Come detto, il fatto stesso di poterli “manipolare” finendo con l’esservi in reciproca relazione e contrasto, dona agli oggetti analogici una densità mnemonica assai più profonda e durevole di quella offerta dagli omologhi supporti e servizi digitali che, dalla metà degli anni 80, vengono man mano soppiantandoli. Sebbene siano “virtualmente” sorpassati dai più recenti supplenti elettronici, a tali prodotti vintage resta comunque connaturata un’aura potente imputabile alla loro presenza fisica, al fatto cioè di occupare un determinato luogo non solo mentale ma concreto con il quale entrare in relazione tramite l’apporto congiunto di tatto e vista. In altri termini la memorabilità degli oggetti deriva in modo consistente proprio dall’attrito, dalla frizione, dal contrasto offerto dalla loro corporeità: ovvero dalla ruinante douceur ascrivibile alla loro più o meno alta capacità di resistere nel tempo.

Soprattutto per tale ragione, il non certo impeccabile disco in vinile può attualmente vantare sul mercato contine occasioni di repêchage produttivo nei confronti del CD e se – a maggior ragione paragonandolo con l’equivalente prodotto dalla tastiera – permane tuttora un certo fascino tattile, visivo e uditivo nel letargico ticchettio dello “0” scandito alla rotazione antioraria del disco combinatore degli apparecchi telefonici d’antan, d’altro canto buona parte dei modelli di segreteria telefonica analogica, nonostante la farraginosità dei ripetuti avvolgimenti di nastro, si dimostrano ancor oggi più emblematici e rappresentativi dei loro omologhi digitali, più che altro anonimamente definiti dall’essere «no moving parts»[11] e dove «la gestione delle funzioni si concentra […] esclusivamente nell’elettronica di sistema»[12], sparendo definitivamente dal controllo diretto dell’occhio e della mano dell’utilizzatore finale.

Come ricorda lo stesso Fontana [13], anche l’affermarsi della tipologia di prodotto della segreteria telefonica è il risultato di una serie niente affatto lineare e scontata di eventi e trend, sia economici sia societari, che forse è il caso di rievocare anche solo per sommi capi.

Se da un lato non si dimostra facile reperire date certe relativamente all’avvento del dispositivo sul mercato, ancor più arduo risulta attribuire la paternità dell’invenzione. Già nel 1878, immediatamente dopo la commercializzazione del fonografo, Thomas Alva Edison ne ipotizza la connessione all’uso del telefono. Nel 1898 il danese Valdemar Poulsen brevetta il Telegraphone che rappresenta il primo passo verso la registrazione magnetica di comunicazioni telefoniche. Al periodo prebellico risalgono le prime applicazioni: negli anni 20 Truman Steven brevetta un risponditore automatico che incide la voce su cilindri di cera; intorno al 1927 il tedesco Ludwig Blattner realizzata un registratore magnetico su nastro d’acciaio commercializzato col nome di Blattnerphone e nel 1930 dà l’impulso alla realizzazione di una segreteria telefonica basata sulla medesima tecnologia; utilizzando dei cilindri fonografici lo statunitense William Schergens assembla nel 1931 un dispositivo che, come recita un articolo di quegli anni, «answers the phone and takes the messages. Whenever the telephone bell rings, the device answers. Then it waits for a reply»; di lì a poco, nel 1935 anche lo svizzero William Muller realizza un risponditore collegato al telefono che, sfruttando meccanismi a orologeria, registra e invia messaggi: tale dispositivo – denominato Ipsophon – resta comunque di non facile commercializzazione viste le dimensioni complessive dell’ordigno che arriva a quasi un metro di altezza.

La lista dei pionieri del settore prosegue col fisico USA Clarence Hickman che, lavorando per Bell Laboratories (all’epoca una controllata di AT&T), intorno al 1930 sviluppa metodi per la registrazione magnetica e il riconoscimento di schemi vocali e sistemi di commutazione elettromeccanici. Gli studi di Hickman lo conducono nel 1934 a realizzare una segreteria telefonica basata su nastro cui tuttavia AT&T non dà alcun seguito produttivo perché teme che il sistema abbia effetti controproducenti per lo sviluppo della telefonia. Ancora nel 1930 lo statunitense Benjamin Thornton brevetta il suo «Apparatus for automatically recording telephonic messages»[14], una macchina per incidere su disco messaggi vocali da un chiamante.

Chiuso questo primo ciclo avanguardistico, la storia della segreteria telefonica comincia a determinare riscontri concreti nella realtà merceologica, anche se solo a partire dal secondo dopoguerra. Nel 1948 lo statunitense Joseph James Zimmerman Jr. sviluppa, insieme a George Danner, la prima segreteria telefonica brevettandola l’anno successivo. Della loro Electronic Secretary vengono vendute almeno 6.000 modelli prima che General Telephone Corp. (poi GTE) ne acquisti il brevetto per il dispositivo prodotto dal 1957. Negli anni successivi (almeno a partire dal 1962) Zimmerman contribuisce migliorare il design del prodotto rendendolo sempre più appetibile per un target essenzialmente composto da aziende di notevoli dimensioni, ma tra i competitor coevi della New Electronic Secretary va sicuramente segnalato anche l’Ansafone creato da Kazuo Hashimoto per Phonetel che, dal 1960, è la prima segreteria telefonica consumer di successo commercializzata negli Stati Uniti.

In Italia, tra 1958 e il 1965, la prima segreteria telefonica risponde al nome di Universal automatic responder. Inizialmente ideato e realizzato da Arnaldo Piovesan per risolvere una specifica questione aziendale – l’ottimizzazione degli ordini dell’industria farmaceutica Bracco di Milano –, il modello viene brevettato dallo stesso Piovesan (Brevetti Alcione) e in un secondo tempo ceduto alla statunitense AT&T. Nel frattempo, una delle 5 società concessionarie telefoniche italiane – la Stipel (Società telefonica interregionale piemontese e lombarda) –, nel 1962 presenta per la prima volta il suo «servizio di segreteria telefonica automatica» sulle pagine del notiziario “Selezionando” di settembre [15]. «La novità rispetto al servizio “segreteria abbonati assenti” (attivato dalla Stipel nel 1927), svolto manualmente dalle operatrici telefoniche», consiste «nell’automatizzazione del servizio che, senza l’intermediazione dell’operatrice», può essere attivato autonomamente, in casa o in ufficio, dall’utente». Nel concreto si tratta di «un apparecchio automatico, il Liliphon, dotato di nastro magnetico e capace di registrare fino a 20 comunicazioni in arrivo e che, una volta collegato in parallelo al telefono», è «in grado di entrare in funzione autonomamente»[16] nel caso l’abbonato sia assente, non possa o non intenda rispondere alla chiamata.

Visti anche i costi del servizio e le notevoli dimensioni degli apparati, il mercato italiano reagisce piuttosto freddamente alle nuove proposte. Da notare il fatto che non solo la storia della segreteria ma anche quella del telefono inteso come prodotto di consumo ha concretamente inizio solo dopo la fine degli anni 80. Infatti persino i due Compasso d’Oro del 1967 – il modello Grillo (Siemens-Italia, 1966) – e del 1987 – l’apparecchio Cobra (Italtel Telematica, 1984) – sono di fatto due telefoni “addizionali”, disponibili cioè quasi esclusivamente a noleggio da SIP dopo l’installazione del primo apparecchio – quest’ultimo è, fino al 1985, il modello S62 (il cosiddetto Bigrigio di Sit-Siemens progettato da Lino Saltini nel 1962), prima sostituito dal modello Pulsar (Italtel Telematica, 1985) e ancora più tardi dall’apparecchio Sirio (Brondi, 1990).

Fin dagli anni 60, la tutela posta all’immissione sul mercato di nuovi prodotti da parte dell’unica azienda erogatrice del servizio telefonico a livello nazionale (la SIP fondata a Torino nel 1964) si estende di fatto anche ai servizi accessori la cui offerta è sostanzialmente calmierata rispetto alle potenzialità delle aziende operanti nel settore. Per registrare un consistente riscontro di mercato nel campo delle segreterie telefoniche occorre così attendere almeno gli anni 80. Di fatto però esistono anche valide ragioni socio-antropologiche inerenti la specificità del caso italiano. La dimora della famiglia tipo italiana, spesso costituita da tre generazioni che condividono lo stesso tetto, è infatti raramente vuota, anzi, per certi versi il problema che più spesso affligge la famiglia italiana nel dopoguerra è la difficoltà a chiamare piuttosto che a ricevere telefonate. Non va dimenticato, infatti, che fino agli anni 80 una componente non irrisoria degli abbonati condivide il proprio contratto col vicino, ovvero possiede un apparecchio Duplex, tecnologia Stipel risalente al 1928 con la quale, a fronte di un risparmio di oltre il 30%, si condivide la linea telefonica domestica con un altro utente. Una forzata condivisione che impone “contrattazioni” talvolta seccanti col vicinato e contribuisce a dar conto di come, almeno fino agli anni 80, la “reperibilità” imputabile all’assenza domestica non costituisse il problema principale dei membri della famiglia italiana.

Non casualmente, nell’estate 1981, lo slogan individuato da SIP per promuovere le sue nuove segreterie telefoniche si concentra nel negare il valore di status symbol a un dispositivo che, pur non essendo da considerare “un lusso per pochi”, come recita il claim aziendale, non raggiunge una diffusione sul territorio nazionale pari a 130.000 esemplari in funzione. Il vero boom è però alle porte e si verifica già nella seconda metà del decennio. Al successo di vendite, oltre alla «diffusione di nuove forme di micro imprenditorialità», contribuiscono in particolare alcune tendenze in atto nei nuclei famigliari come, ad esempio, «il numero medio dei componenti di una famiglia italiana» che in 50 anni scende dalle 3,9 unità del 1951 alle 2,6 unità del 2001. «In questo processo di snellimento della famiglia, costante è […] l’aumento delle famiglie composte da due sole unità» le quali passano «da 2.693.471 nel 1961 (19,6% del totale), a 4.920.050 nel 1991 (24,7% del totale), ma assai significativo è anche il dato sulla crescita dei nuclei con un solo componente». Nel 1961 sono «il 10,6% sul totale delle famiglie italiane» mentre diventano «praticamente il doppio, il 20,6%, nel 1991. Considerando i numeri assoluti» di persone che vivono da sole «si passa da 1.464.377 […] nel 1961 a 4.099.970 nel 1991»[17].

L’emergente categoria sociale dei “single” vive da sola per scelta, non per necessità e considera «l’assenza di legami stabili […] più confacente al proprio stile di vita. Come tutti i fenomeni sociali i “single”» suscitano «le attenzioni del mercato: […] sono, a misura di “single”, certe proposte di vacanza, certi tipi di appartamento, una certa offerta di prodotti da supermercato. Ed è proprio a chi», pur vivendo da solo, conduce «una vita di intense e varie relazioni, che la segreteria telefonica» s’impone «come indispensabile compagna della quotidianità e irrinunciabile bene domestico»[18].

In forza del consolidarsi di questi nuovi trend sociali, dalle 126.000 unità del 1981 si passa così, nei primi anni 90, alla ragguardevole cifra di un milione e mezzo di segreterie telefoniche funzionanti in Italia. Lasciare un messaggio registrato diviene un costume sociale acquisito anche sotto la pressione mediatica di alcune trasmissioni televisive che, individuando nel mezzo l’occasione per sperimentare nuove forme di interattività con il pubblico, fungono da ideale promoter dello strumento. «Due esempi per tutti. In Ciao Enrica, programma televisivo quotidiano condotto su Canale 5 da Enrica Bonaccorti, una segreteria telefonica, in funzione 24 ore su 24» opera da “filtro selettore” per gli invitati alla trasmissione. «In Radio Zorro, trasmissione quotidiana» in onda sulle frequenze di Radiouno, il giornalista fiorentino Oliviero Beha raccoglie, «tramite segreteria telefonica, le denunce degli ascoltatori che» danno «il via alle inchieste giornalistiche. […] Rispetto all’invio di una più ordinaria lettera», la novità consiste nel facilitare «le scelte di partecipazione “impulsive”»[19] essendo di gran lunga più immediata una telefonata rispetto alla scrittura di una lettera [20].

Premesso tutto ciò, con qualche argomento in più, ora possiamo meglio specificare quanto anticipato riguardo all’essere al cospetto di un frangente “sorgivo”, ovvero nei pressi della “genesi” di una strumentalità relazionale elettronica tuttora in progress. Nella vita di molti oggetti, se non tutti, la deriva anonima, imputabile al portato deradicante tecnologico, specie in ambito domestico entra con celerità in una fase di serrata dialettica con pulsioni quasi altrettanto potenti volte a riconfigurare affettivamente e/o personalizzare ex-post qualsiasi prodotto canonico e standard da parte dei consumatori. Si tratta di un processo che finché si rimane in ambito analogico si manifesta e prolifera per semplici, approssimanti “addizioni” senza interferire stabilmente su forme, colori e materiali realizzati industrialmente (ad es. i magneti o i post-it sul frigorifero) ovvero per modifiche più incisive (ad es. il fenomeno, per certi versi ricorrente, delle auto in versione “abarth”, delle moto customizzate degli anni 60-70 e perfino degli “abbellimenti” – pimping – dei prodotti IKEA). Ma anche in settori digitali di recente acquisizione questa tendenza a superare i limiti imposti dalla freddezza strumentale trova ricadute interessanti; basti pensare all’enorme sviluppo delle emoticon o smiley utilizzate per aggiungere componenti extra-verbali alla comunicazione scritta elettronica. Volendo considerare questi fenomeni nel loro complesso, si tratta di processi di riappropriazione e ricucitura “animistico-affettiva” che si manifestano in termini pressoché indifferenziati su quasi ogni tipologia prodotta industrialmente. Anche in questo caso le segreterie telefoniche non sembrano fare eccezione.

In una prima fase «alla crescente diffusione della segreteria telefonica» corrisponde, «una proliferazione di messaggi sempre più personalizzati. L’anonimo “non siamo in casa, lasciate un messaggio dopo il bip”» viene così «frequentemente sostituito con registrazioni ben più elaborate: dall’uso di stacchi musicali ai messaggi plurilingue, da presentazioni corali con i saluti dei vari membri della famiglia a quelle includenti anche i versi degli animali di casa, da inviti spiritosi a lasciare in ogni caso il proprio messaggio a pronunciamenti decisamente scoraggianti. La segreteria telefonica» divene pertanto anche «un’occasione per presentare se stessi, la propria famiglia, in alcuni casi anche il mutare del proprio stato d’animo. […] Una prima, timida spia di quella voglia di raccontarsi e autorappresentarsi che sarebbe stata meglio appagata da Internet, nei tanti social network e blog personali? Il fenomeno delle registrazioni “spiritose” non» lascia «comunque indifferente il mercato». Da un'idea di Ambrogio Rucco, che coinvolge radio Rete 105, e con l'apporto del Laboratorio Voci di Franco Rosi, nell’estate del 1991 la Fonit Cetra propone le sue “Bip dei Vip”, «una serie di cassette registrate, con l’imitazione delle voci di personaggi illustri, da Giulio Andreotti a Totò, da sostituire ai convenzionali testi delle segreterie telefoniche»[21].

La data è in questo caso significativa: almeno per quel che concerne l’Italia, la segreteria telefonica analogica è in piena fase matura; quella digitale (tipica innovazione “incrementale” di prodotto consolidato) non ha che pochi mesi di vita. Si può dunque affermare che all’inizio degli anni 90 sul territorio nazionale in una medesima tipologia di prodotto convivono due “età” connesse ai cicli di vita delle tecnologie incorporate e con almeno due distinti mercati di riferimento. A proposito di ciò, come segnala Donald A. Norman, nel corso di ogni ciclo di vita tecnologico «cambia anche la fascia di clientela interessata, a partire dai consumatori della prima ora, quegli entusiasti della tecnologia che si prendono cura dei prodotti appena partoriti aiutandone la crescita di popolarità e la diffusione. Nei primi giorni di vita di una tecnologia, sono gli ingegneri ad assumere le decisioni. Ogni prodotto successivo vanta migliorie tecnologiche: più veloce e più potente, con questa e quest’altra nuova opzione. È la tecnologia in sé a restare alla ribalta, sotto la regia di un marketing ossessionato dal numero di funzioni e opzioni. Quando la tecnologia raggiunge l’età matura, la situazione subisce repentini mutamenti. A questo punto la tecnologia viene data per acquisita. La base della clientela si diversifica e richiede opzioni differenti. Convenienza e facilità d’uso prendono il sopravvento sugli aspetti tecnologici. I nuovi utenti rappresentano la clientela della seconda ondata, quelli che preferiscono attendere che una tecnologia maturi, dimostri di saperli soddisfare e offra, in cambio del loro denaro, un valore effettivo, senza grattacapi. Sono gli utenti della seconda ondata quelli che rappresentano la grande maggioranza degli acquirenti: essi sono di gran lunga più numerosi dei clienti iniziali, quelli sedotti dalla tecnologia allo stato puro. La fase matura di un prodotto dev’essere guidata dalle esigenze dei consumatori. In tale stadio si afferma un ciclo di sviluppo centrato sugli esseri umani. Come conseguenza, l’azienda deve prevedere dei cambiamenti: deve imparare a realizzare prodotti fatti per la nuova clientela, lasciando la tecnologia in secondo piano»[22].

Cercando di sintetizzare quanto appena affermato riconducendolo al caso in questione, nel 1991 due potenziali universi del consumo si trovano a disposizione della segreteria digitale Mirage: quello “naturale”, più esiguo ed esperto, è «sedotto dalla tecnologia»; il secondo, più vasto e meno competente, pretende emozioni meno algide e, sebbene sia tendenzialmente refrattario alla novità tecnica in sé, potrebbe essere più agevolmente sedotto da forme elementari, esplicite eppure suggestive. Per avere accesso a questa interessante area di consumo occorre quindi riuscire a immaginare una conformazione finale dai tratti spiccatamente ossimorici, in grado cioè di materializzare un prodotto dai tratti “rigorosamente caldi”, i cui pregi tecnologici non siano tanto esibiti quanto piuttosto coordinati, sublimati ad arte, convenendo di manifestarsi in un profilo plastico forse non comune ma attraente e logico insieme.

Operazione certo non banale né semplice, ma in qualsiasi campo gli esiti efficaci e le strategie progettuali adottate per ottenerli raramente sono casuali, e nemmeno il caso di Mirage fa eccezione. Carlo Fontana arriva al mondo strumentale della telefonia dopo una militanza d’eccellenza nel settore dell’hi-fi ottenendo ben due Gold SIM per il design al Salone Internazionale della Musica di Milano del 1979 e 1980 con i progetti BR 2000 e BR 1380 (entrambi realizzati dalla reggiana RCF). Il “disegno” della phônê – secondo un iter professionale che va dalla “esecuzione” strumentale alla “riproduzione” vocale – è dunque per il designer di Pietrasanta un’esigenza e un’esperienza che matura assai prima nell’ambito dei diffusori acustici e dell’ascolto professionale della musica e solo in un secondo tempo come applicazione strumentale per la telefonia home e office. Il suo rispetto per la forma esecutiva, ovvero per la componente scenografica, quando non addirittura ritualistico-ieratica, rinvenibile nella “presentazione” acustica e in ogni connesso supporto audio, è quindi assai consapevole e può vantare un’esperienza almeno decennale.

Inoltre Fontana sa molto bene che la qualità acustica è solo un aspetto della qualità dell’ascolto. Quest’ultima, globalmente intesa, vive di attesa e non concerne esclusivamente l’udito ma coinvolge sia il tatto che la vista. L’arte della resa acustica (digitale o analogica che sia) pretende comunque un approccio progettuale sinestetico in cui le enfasi strutturali, così come le sottrazioni plastiche e i contrasti materici, giocano un ruolo niente affatto secondario ai fini della complessiva percezione di un qualsiasi artefatto che operi da emittente sonora. Un esempio su tutti (specie considerando l’elementarità geometrica dell’impianto generale) è il diffusore acustico BR 2000 del 1979 nel cui arretrante declinare rispetto al fruitore e nella disincarnata modularità esibitiva potremmo anche leggere una laconica anticipazione – anche se ben più impegnativa, potente e suggestiva – della silhouette adottata in seguito per definire il corpo foggiato a “V” rovescia di Mirage.

Sebbene siano di tutta evidenza le ragioni dell’adozione di una sagoma stabile, ergonomicamente efficace e ben rilevata rispetto al piano orizzontale, nonostante la foggia di Mirage sia iconicamente prossima a figure allusive ad una virtuale, e tuttavia anelata, “messa a dimora” [23] dell’immaterialità della parola, quantunque la segreteria condivida l’impianto elementare di oggetti anonimi e diffusissimi – come, ad esempio, lavagne per l’infanzia e cavalletti espositivi bifacciali –, in questa sede la scelta progettuale di Fontana deve forse essere ricondotta in particolare a due specifiche filiere operative e storico-strumentali che, più di altre a nostro avviso, ne motivano l’esito specifico.

La prima, tutta interna alla storia della telefonia, risiede in un processo di estrema “riduzione” della forma specifica di un elemento canonico – l’arco della cornetta – che già nella proposta di Zanuso e Sapper (Grillo, Siemens-Italia, 1966) inizia ad essere inteso come un tutt’uno col corpo-tastiera del telefono. Tale prospettiva di sintesi, di marca eminentemente “metonimica”, con Mirage viene a traslarsi sulla nuova funzione automatizzata subendo un’ulteriore rarefazione plastico-formale che consente al prodotto di “mimare” sia un tetto a due falde sia la prima sequenza di un castello di carte da gioco – come anticipato entrambe allusive icone di una “messa a dimora”, ovvero di una raggiunta dimestichezza del nuovo dispositivo che, in altri termini, può ora essere inteso, a maggior ragione, come un’estensione del telefono anche in quanto ne “rammenta” le forme canoniche.

La seconda direttiva, forse più suggestiva che concreta (in quanto volta a rivalutare assonanze formali con oggetti molto più “desiderati” che realmente entrati nel panorama domestico) induce, istiga e promuove associazioni subliminali fra il settore della telefonia e quello tutto “autarchico” e ammaliante delle radio d’epoca che, intese nel loro complesso, costituiscono un grund inaggirabile dal punto di vista progettuale, ovvero una sorta di sfondo morfologico archetipico per la forma esibita dalla segreteria Mirage, la cui foggia a “V” rovescia discende quasi filogeneticamente dai “panieri” Ducati (ad es. il modello RR 1350 del 1953) e dai “toaster” Kolster Brandes (ad es. il modello FB 10 del 1950). Un richiamo alle meravigliose “scatole parlanti” del secolo scorso che non pare affatto peregrino in quanto, esattamente come nel caso delle prime radio nazionali, immaginare la forma di una segreteria telefonica equivale a prefigurare una modalità atta a “dar luogo” alla parola, al messaggio dell’altro – non escludendo affatto la componente inesorabilmente propagandistica sottesa fin dagli esordi a quell’universo produttivo e di controllo di massa.

Come accadrebbe per un attuale supporto visivo portatile, Fontana con Mirage propone di “dar luogo” all’immaterialità del flatus vocis collocandola su un piano scosceso ma ben rilevato rispetto all’orizzonte: una quinta predisposta come sfondo per la sfilata delle incisioni raccolte; un limes che perimetra e incornicia l’esposizione dei messaggi in arrivo conservati. Soglia (per l’ascolto, ma non solo) è, nel caso di Mirage, la parola chiave. Non vi può essere esposizione se non si creano i presupposti per diaframmare e proporre una cornice per una rappresentazione dell’atto. In tal senso la soglia è il selettore originale, il click che innesca le condizioni e germina il brulicante emergere di un nuovo mondo riprodotto. Nella creazione come citazione – e la segreteria non ripete forse parole già enunciate altrove? – la soglia determina la situazione di progetto, il “qui si rappresenta”, il rosso luminoso “on air” delle sale d’incisione – lo stesso lampo scarlatto (display numerico e spia intermittente) che ritroviamo sul piano inclinato del "fronte principale" di Mirage.

Ma secondo tale prospettiva, il potere diaframmatico della soglia può anche scaturire da una peculiare attenzione progettuale nei confronti dell’attacco al suolo (e il corrispettivo “distacco” dalla base). Accade nei lavori di Philippe Starck come, ad esempio, nello spremiagrumi Juicy Salif le cui lunghe esili membra altro non sono che un’aggiornata versione del più tradizionale piedistallo. Non dissimilmente il rilievo posto in essere dall’accentuazione cuspidale del profilo plastico di Mirage crea un vitale “distacco” rispetto al piano d’appoggio dell’intera sagoma della segreteria che, seppur di modeste dimensioni, tuttavia spicca decisamente come un’enigmatica architettura “in minore” proveniente da un passato millenario. Ed proprio qui, sulla sommità del rilievo, che trovano posto i pulsanti relativi alle principali funzioni; gerarchia che viene sottolineata secondo almeno due modalità: spaziale e semiotica.

Addebitabile alla prima, è la sicura la scansione delle pur minime dimensioni del prodotto in fronte principale, facciate laterali e retrostante. Il posizionamento dell’essenziale tasto di ascolto viene in prima istanza “suggerito” dalla modulazione plastica delle barre verticali che corrono sull’area occupata dall’altoparlante, dal display a due cifre numeri delle chamate effettuate in assenza di operatore e dalla spia intermittente che indica la presenza di nuovi messaggi. L’area orizzontale occupata dalle barre sul “fronte principale” corrisponde esattamente alle dimensioni (sensibilmente più generose) del tasto di ascolto che si trova così “anticipato” rispetto alla sua visione reale ed effettiva. Sui “fronti laterali”, a sinistra trovano posto il regolatore di volume, l’interruttore della suoneria e il pulsante annuncio mentre, a destra, trovano posto ulteriori tasti relativi ad annunci personalizzati e codici di sicurezza. In posizione preminente, accanto al tasto di ascolto, sono invece situati il pulsante di accensione, memorizzazione, cancellazione, avanzamento veloce, ripetizione dei messaggi e interruzione dell’ascolto. Dal punto di vista ergonomico le funzioni principali possono essere attivate con un solo dito in quanto la pressione dei pulsanti è perfettamente coerente con la statica dell’intero oggetto mentre i pulsanti laterali non necessitano l’utilizzo di entrambe le mani per essere attivati. Del tutto occultata alla vista è invece l'area dei plugs, ovvero gli spinotti di rete, linea telefonica e alimentazione elettrica che peraltro possono liberamente dipanarsi nel cuneo vuoto ricavato sotto le due ali della segreteria.

Sotto il profilo semiotico la distinzione gerarchica fra pulsantiera principale e accessorie è data da un utilizzo differenziato dei “segni” alfanumerici che esplicitano le varie funzioni: nei “fianchi” di Mirage sono disposti con modalità didascaliche a fianco del (sotto al) bottone cui si riferiscono; mentre sono sovrapposti al pulsante stesso, ergo tautologicamente autoreferenziali, nell’area cuspidale della segreteria telefonica.

Infine, sia sotto il profilo semiologico sia nell’alveo delle specifiche vocazioni della “soglia” ascrivibili al progetto, come accade nell’arte contemporanea, è l’atto della titolazione che, come parte integrante dell’opera, nel prodotto in questione svolge un identico ruolo di tramite narrativo tra universo fruitivo e autorale – lo stesso nome Mirage non allude forse a una forma, predisposta o subita che sia, di inscenamento? In questo senso l’immagine scelta per illustrare il prodotto in occasione del riconosciemnto del premio Smau Industrial Design non pare affatto casuale: un corpo angolare dimensionalmente indeterminato e parzialmente scandito da sobrie fenditure verticali che affonda asimmetricamente nella sabbia. Siamo al cospetto d’uno sconosciuto reperto appena affiorato dal deserto, oppure di fronte a un’illusione ottica? A una monumentale architettura o a un artefatto domestico? Ricercata ambiguità di referenti che, non a caso, è in grado d’ingenerare in chiunque vi si accosti per la prima volta, curiosità e attesa insieme, ovvero, in una parola, “disposizione all’ascolto”: raro caso di sinergica e fruttuosa collaborazione fra intenti ancillari e scelte espressive volte a connotare in profondità l'anima di un prodotto.

(Associazione Mu.De.To.)





TESTIMONIANZE 




Carlo Fontana




La storia del telefono come prodotto di consumo ha inizio concretamente nel 1994, anno in cui l’unico operatore telefonico italiano esistente all’epoca, la SIP, viene privatizzato e confluisce nella nuova Telecom Italia. In quel periodo nascono nuovi operatori telefonici tuttora presenti sul mercato.
Nata nel 1964, la Sip era sorta dalla fusione dei vari operatori telefonici fino allora sparsi in Italia e tutta la storia produttiva, sia precedente che coeva ai primi anni di attività della SIP vede, considera e intende gli apparecchi telefonici come legati al puro concetto di strumento di servizio, ovvero come oggetto eminentemente "funzionali" caratterizzati da una loro specifica, semplice e determinata utilità. Gli apparecchi telefonici tipici dell'epoca sono pertanto un novero praticamente ridotto a due soli esemplari: il modello 27 e 36 della Siemens, entrambi rigorosamente neri.
In seguito entra in produzione per conto della Sit-Siemens l'apparecchio tipo S62 (noto anche come Bigrigio per la differente tonalità di grigio della cornetta) disegnato da Lino Saltini. Il primo telefono a tastiera, il Pulsar vedrà la luce nel 1985, qualche anno più tardi sarà Giugiaro, nel 1990, a progettare il Sirio, mentre l'ultimo prodotto Telecom, il Sirio 2000 sarà frutto di un concorso/incarico ad inviti al quale, oltre al mio studio di progettazione, partecipano gli studi di Giugiaro Design, Pasqui e Pasini e Pininfarina che risulterà il vincitore finale.

Gli apparecchi erano affittati da SIP con tariffa mensile, così come, per ogni numero, oltre la prima, ad ogni presa aggiuntiva utilizzata in casa corrispondeva in bolletta un'ulteriore quota di canone. L’installazione veniva fatta da un tecnico dell’azienda e non si poteva in alcun modo intervenire sull’impianto domestico. C’era anche la possibilità di noleggiare dopo il primo apparecchio, rigorosamente il Bigrigio, un secondo apparecchio telefonico e la SIP già proponeva a canone non leggero, i primi prodotti di design: l’Ericofon 600, prodotto da Ericsson su progetto Gosta Thames a partire dal 1954 – una grande cornetta che si appoggiava sul piano del tavolo, caratterizzata da un grande pulsante rosso posto nella base che funzionava da switch per chiudere la linea; il Grillo, progettato da Richard Sapper e Marco Zanuso del 1966 e prodotto da Siemens-Italia, con apertura a conchiglia, munito inizialmente di disco selettore poi sostituito dalla tastiera (IX Compasso d’Oro ADI 1967); il Cobra progettato da Pasqui e Pasini Associati per Italtel Telematica nel 1984 (XIV Compasso d’Oro ADI 1987).

I telefoni dovevano essere omologati da SIP secondo standard molto rigidi e venivano prodotti solo da poche aziende fornitrici della concessionaria del servizio. Accanto ai telefoni esistevano poi altri strumenti quali le segreterie telefoniche e si stava affacciando sul mercato il telefax, che in breve tempo avrebbe sostituito la telescrivente. Ancora i modelli di segreteria telefonica disponibili erano pochissimi. Inizialmente (a partire dal settembre 1962) la famosa Liliphon, una macchina di grosse dimensioni disponibile sempre in affitto a un costo assai elevato, che poteva registrare fino a 20 telefonate ricevute ed entrava automaticamente in funzione all’arrivo della chiamata. Poi negli anni 80 iniziano a comparire sul mercato le prime segreterie che utilizzavano le normali cassette con nastro magnetico per registrare i messaggi in entrata.

Nel 1994, quindi, finisce il monopolio SIP e si liberalizza anche la vendita di apparecchi telefonici: si apre il mercato del consumer. La SIP è la prima a intuire la potenzialità d'un simile mercato e già nel 1995 i corner IN SIP hanno invaso tutta l’Italia. Sono centinaia, distribuiti in ogni regione e vendono apparecchi telefonici ed apparati collegati. E sono sostanzialmente due gli alvei evolutivi entro i quali le proposte del mercato vengono gradualmente incanalate anche grazie alla nuova strategia distributiva del prodotto: 1) gli apparecchi telefonici cominciano a integrare sempre più funzioni a disposizione dell'utente – richiamo dell’ultimo numero, chiamata a mani libere, regolazione dei volumi, ripetizione automatica dei numeri, etc.; 2) diventano sempre più comuni i cordless e i telefax, mentre le segreterie diventano via via più piccole e semplici da utilizzare.

Se nel 1997 la liberalizzazione del mercato viene sancita dalla privatizzazione di Telecom Italia, il mercato della telefonia diventa comunque commercialmente interessante già dal decennio precedente. Interesse confermato anche dal fatto che molti autori e aziende sono presenti già da alcuni anni sul mercato con prodotti di design. Oltre al citato Cobra, tra gli apparecchi telefonici più noti e diffusi a partire dagli anni 80 sono da segnalare i modelli: Parola disegnato da Fausta Cavazza nel 1979 (Premio Smau 1985); Enorme, articolo progettato nel 1986 da Ettore Sottsass per Brondi (acquisito nella collezione permanente del MoMA di New York); Beocom 1000 realizzato nel 1986 da Bang & Olufsen su progetto di Jacob Jensen; Notturno disegnato da Giorgio Armani per Italtel nel 1988.

Dopo gli anni 80 anche la segreteria telefonica diventa quindi un prodotto di largo consumo, al punto che negli anni 90 già un milione e mezzo di segreterie sono attive in Italia. Si tratta di un mercato interessante e in sviluppo: la segreteria viene utilizzata anche nelle trasmissioni radiofoniche per registrare le telefonate del pubblico e questo le rende sempre più familiari a una vasta platea di consumatori. I prodotti in commercio sono per buona parte importati e registrano su audio cassetta. Non c’è ancora una grande cura per il design dell’oggetto ma quel che su cui si riserva maggior attenzione è la funzionalità.

Come la tastiera, sostituendo il combinatore a disco, aveva consentito nuove forme più libere e funzionali – e oggi il processore unico lascia un grande margine di libertà al progettista – così la tecnologia digitale apre all’inizio degli anni 90, nuovi ampi spazi anche per le segreterie telefoniche, non più legate al vincolo dimensionale fisso dell'audio cassetta magnetica per la registrazione dei messaggi. Nel 1990 la AT&T presenta negli Stati Uniti una prima segreteria digitale, il modello 1337, che rinnova le forme in uso fino ad allora. Di poco successivo, il progetto Mirage nasce agli inizi del 1991 privilegiando un percorso d'indagine formale del tutto autonomo rispetto al modello americano, ragionando su una configurazione ad un tempo stabile e rilevata rispetto al piano orizzontale. La segreteria è prodotta dalla Akada International Corporation di Taiwan che la commercializza in tutto il mondo. In Italia viene importata da Master spa di Livorno e commercializzata da Italtel che la presenta allo Smau di Milano.

La segreteria telefonica Mirage – il mio studio ne progetta il packaging e la grafica digitale – vince il Premio Smau 1991 con la seguente motivazione: «il progetto unisce una forte carica di innovazione estetica alla valenza ergonomica che lo vede dar forma al “messaggio”». Anche in forza ai riscontri ottenuti da Mirage, l'anno successivo, il 1992, viene avviato il progetto Ghost, rivolto alla realizzazione di una segreteria telefonica applicabile a parete e integrabile con un telefono; un'abbinamento funzionale molto richiesto dal mercato statunitense. Anche questa segreteria digitale viene prodotta da Akada International Corporation di Taiwan e importata in Italia da Master spa di Livorno nonché commercializzata da Italtel e proposta anche nei negozi IN SIP. Il prodotto, con il nome Opera, è presentato da Italtel al premio SMAU del 1992 dove viene selezionata dalla giuria.


Titolo:   Il telefono come prodotto di consumo: la svolta degli anni 90 



Autore: Carlo Fontana  



Luogo:  Firenze 


Data:      20 luglio 2018 



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