MOPLEN: by Giulio Natta, Karl Ziegler for Montecatini | Mu.De.To. - Museo del Design Toscano, Museo Design Toscana
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MOPLEN [polipropilene isotattico][1954]












SCHEDA PRODOTTO (on/off)




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COLLEZIONE MUDETO



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MOPLEN [polipropilene isotattico] 
AREA TEMATICA Design dei Materiali e dei Componenti
TIPOLOGIA Materie plastiche
ANNO 1954
PROGETTO Giulio Natta, Karl Ziegler
PRODUZIONE / PER Montecatini
RICONOSCIMENTI Premio Nobel per la Chimica (Giulio Natta e Karl Ziegler), 1963

MOTIVAZIONE 


TESTIMONIANZE 




Enrico Baleri




Il mio amico Mario Fattori, proprio lui che nel 1979 mi cambierà la vita portandomi con sé a NY e in California a girare film pubblicitari e a guardare il mondo con occhi "nuovi e ben aperti" e che quando mi aveva incontrato per la prima volta sulla porta di casa sua a Milano mi apostroferà: «Baleri non è ieri, è domani! Entra! ben arrivato!» Proprio lui ha cancellato dalla faccia della terra il dispregiativo termine di plastica per mettere in bocca a tutti gli italiani il nuovo vocabolo più morbido e suadente e plastico di Moplen «E mo' e mo' e mo'... Moplen!» recitato tutte le sere nel Carosello da Gino Bramieri, il più popolare comico di famiglia di quel tempo, una allitterazione incisiva e un tormentone che si accompagnava all'imperativo in rima: «Ma signora badi ben, che sia fatto di Moplen.»

Il Moplen, polipropilene isotattico ha rivoluzionato l'industria dei materiali termoplastici. Scoperto negli anni '50 dal chimico imperiese Giulio Natta gli valse il Premio Nobel per la chimica, 1963, e verrà prodotto industrialmente dalla Montecatini poi Montedison che affiderà alla General Film, la società di pubblicità del mio amico, la diffusione promozionale in Italia del nuovo marchio!

Un vero successo in quegli anni di boom e proprio in quegli anni la Kartell di Pistorio e Castelli, ingegnere allievo di Natta, sfrutterà formula e ricette invadendo l'Italia di moplen in tutte le salse, dai bidoni ai contenitori per laboratorio chimico, alle fioriere alle tende anti sole e antizanzare fino al design innovativo di Joe Colombo, Gino Colombini, Anna Ferrieri, A. e P.G Castiglioni, Marco Zanuso, Filippo Panseca...

Sono passati ormai cinquant'anni tra boom economico, ascesa del design e tanti progetti autorevoli e degni del nostro panorama industriale, ricco di imprese illuminate di prima fila o di imprese al traino in seconda fila o di imitatori pedissequi come sempre succede!
Ma la crisi o meglio le crisi che si sono succedute a raffica hanno anche accelerato le delusioni del "moplen" con tecnologie a volte improvvisate e povere, rudimentali e artigianali, per far pesare meno gli investimenti iniziali che spaventano gli imprenditori più tesi a guardare la speculazione a breve, che alla qualità a medio e lungo termine.

La qualità dei materiali non più prodotti dalla scomparsa Montedison ma più spesso importati da Paesi ciclopici con costi pari alla qualità e i polimeri che non nascono per essere eterni anzi temono il tempo, i raggi solari, l'inquinamento, gli agenti di pulizia, gli stress a cui vengono sottoposti e succede molto spesso troppo spesso che bidoni e vasoni si buchino e le sedie si rompano e tutti giù per terra...

Non generalizziamo ma succede molto spesso anche per oggetti prodotti e sedie firmati e titolati e garantiti (due anni!).
A questo aggiungi a volte un processo di stampaggio rotazionale ottenuto per rotazione e forza centrifuga del granulo plastico sulla superficie esterna e riscaldata dello stampo con risultato una scarsa qualità della "pelle" finale, dei dettagli di connessione dei piani di chiusura dello stampo e di uno spessore disomogeneo che determina resistenza e invecchiamento incontrollato!

Ho sempre diffidato di questa tecnologia molto in uso per ragioni ingiustificate di basso investimento iniziale e adattissima a fare grandi cisterne o bidoni, anche grandi bidoni, ma che non giustifica "bidonate" al mondo dell'arredo che "se la tira" e che pretende di avere immagine anche attraverso la qualità...
Meditate gente, meditate!

Titolo:   Pochi sanno che. Una allitterazione si fa plastica...  © 2016, Enrico Baleri



Autore: Enrico Baleri  



Luogo:  Bergamo 


Data:      16 aprile 2016 











Umberto Giovannelli (quarto da sinistra) insieme agli ultimi bigonai di Moggiona




Umberto Giovannelli  A noi ci ha rovinati Gino Bramieri.

Stefano Cecchi  Bramieri?

UG  Sì, lui e quella pubblicità del Moplen, se la ricorda?

SC  Come no: «E mo / e mo / e mo Moplen»

UG  Ecco: noi non sapevamo cosa fosse il Moplen, la plastica, ma lo capimmo d’un tratto nel settembre del 1953 andando alla fiera di Arezzo.

SC  Già, la fiera di Arezzo dove da sempre i bigonai di Moggiona vendevano la loro merce ai contadini, ai fattori, ai cantinieri che arrivavano apposta da tutta la Toscana per acquistarla. La loro merce, dai 2.000 ai 3.000 bigoni, come li chiamavano nell’aretino, (a Firenze e nel Chianti si chiamavano bigonce) che servivano a raccogliere l’uva nelle vigne e a trasportarla nelle cantine. Quell’anno dunque, da Moggiona si partì come al solito per Arezzo con i barrocci carichi. Solo che, con sorpresa, non fu possibile vendere niente. Era arrivata la plastica, che costava molto meno e profumava di futuro, e nessuno volle più i bigoni di legno, lasciando ammutoliti gli uomini dei boschi casentinesi.

UG  Tornammo a casa senza sapere cosa dire alle mogli. Perché tutti avevamo visto con terrore la fine non solo del nostro lavoro ma anche quella di un paese e della sua gente che da 300 anni viveva solo di questo. Fu uno choc.

SC  Già, la fine di un’epoca. Il terrore di un futuro che improvvisamente si negava. Nel raccontarla ancora oggi a Umberto Giovannelli, l’ultimo dei bigonai, si inumidiscono gli occhi. Perché per lui come per l’intero paese di Moggiona, piccolo borgo immerso in quella meravigliosa fabbrica di ossigeno che è il Casentine, quella era la vita. L’unico modo per sfuggire alla fame, con i vicoli del paese trasformati in una di catena di montaggio artigianale, pulsante di fatica e colorata di umanità: nel 1950 erano ancora 25 le botteghe che davano lavoro a un centinaio di persone. Un lavoro durissimo a ciclo completo, quello scomparso del bigonaio. La Forestale a primavera dava a ognuno il diritto di tagliare 3 abeti e loro dovevano scegliere bene.

UG  Intanto dovevano avere i rami sinistrorsi, poi li si batteva e se suonavano a campana erano quelli giusti per ricavare le doghe dritte», spiega Umberto. A quel punto cominciava il lavoro nel bosco che poteva durare anche un mese. Ogni bigonaio tagliava le piante e toccava alle donne col somaro penare le doghe dal bosco a Moggiona, dove nelle botteghe per tutta l’estate si sarebbero realizzati i bigoni, recipienti di legno costruiti con tante assicelle (le doghe) disposte una accanto all’altra e legate da tre cerchietti di legno incastrati a forza. Alzandomi alle 6 del mattino e lavorando fino alle 8 di sera riuscivo anche a farne 5 al giorno. Certo che alle 6 del mattino facevamo rumore, ma tanto si faceva tutti lo stesso lavoro, quindi...

SC  La fatica che sapeva ancora creare lavoro e la serenità del futuro, in un ritmo produttivo che si interrompeva solo a Natale, a Pasqua e quando c’era il Giro d’Italia.

UG  Allora un moggionese più istruito leggeva il giornale a voce alta e tutti seguivano la corsa attraverso il filo d’Arianna delle sue parole. Una volta Bartali andò in fuga sullo Stelvio e da come la cosa era raccontata bene, io mi commossi...

SC  L’Italia meravigliosa che non vedeva e, anche per questo, forse sapeva ancora sognare. L’Italia che di certo mangiava meno di oggi...

UG  Solo polenta. E non sempre. Capitava però d’inverno di ritrovarsi in qualche fattoria del Chianti a riparare i bigoni. Allora si mangiava di tutto in un’abbondanza da favola. Ricordo una fattoressa della Rufina che restava incantata a guardarci: “Mai visto nessuno mangiare con tanta passione”, rideva. Per forza, se sei abituato solo a polenta, vorrei vedere...

SC  Un’altra Italia, appunto. Quella che aveva fame ma sapeva anche sorridere della propria povertà. Certo, oggi Umberto sta meglio. Non ha più la fame di un tempo né cammina scalzo nei boschi anche con la neve. Quando Bramieri senza saperlo decretò la fine dei bigonai, lui trovò lavoro in una fabbrica dell’aretino e oggi è un pensionato che sa godersi le piccole cose della sua terra meravigliosa. Però, quando arriva qualcuno da fuori e lui indossa ancora il grembiule di cuoio per far vedere all’ospite il lavoro con quale ha attraversato la vita, gli occhi si illuminano come stelle comete. Forse a raccontare l’orgoglio di chi non è mai stato spaventato dalla fatica, considerandola necessaria. O forse, più semplicemente, a ricordare che la gioia della vita non può essere parametrata solo sull’abbondanza, sull’assenza di sudore, sull’impalpabilità del benessere costruito da altri. Una lezione di vita quasi senza parlare.


Titolo:   Gino Bramieri e la fine dei bigonai «A noi ci ha ammazzato la plastica» 

Tra Casentino e il Moplen: l’epopea dell’ultimo costruttore di bigonce 



Autore: Stefano Cecchi, Umberto Giovannelli  


Luogo:  Moggiona, Arezzo | “La Nazione” - Firenze 


Data:      2 luglio 2016 



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