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RIMINI BLU [1959]












SCHEDA PRODOTTO (on/off)




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COLLEZIONE MUDETO



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RIMINI BLU 
AREA TEMATICA Design per l'Abitare
TIPOLOGIA Accessori per la tavola e la cucina, complementi d’arredo
ANNO 1959
PROGETTO Aldo Londi
PRODUZIONE / PER Bitossi Ceramiche
RICONOSCIMENTI Collezione permanente MIC di Faenza, Museo della ceramica di Montelupo, Museo della ceramica di Fiorano Modenese, Graham Cooley Collection

MOTIVAZIONE 


Gamma molteplice, mirabile e stupefacente, prodotta in milioni di esemplari (ergo d’elevatissima serie), frutto di vocazione sperimentale e innovazione tecnologica unite a competenze materiali, manuali e artigianali stratificate, la serie Rimini blu, ideata da Aldo Londi rappresenta un’alchemica sublimazione che beneficia sorgivamente del contributo complessivo di talento poetico, astuzia fabbrile, sintesi formale e intelligenza relazionale. Tipologicamente diffusa su diversi ambiti (l’arredo – vasi, contenitori, portaombrelli, ecc. –; l’oggettistica – fermacarte, posacenere, soprammobili in genere e miniature, ecc. –; il corredo per la tavola – brocche, ciotole, tazze, boccali, centrotavola, ecc.), la versatile gamma prodotta da Bitossi Ceramiche a partire dal 1959 rappresenta un esempio di tenuta (oltre che di durata) stilistisca nei confronti delle oscillazioni del gusto che lascia quasi perplessi. Certo il pigmento adottato (il colore impossibile elaborato nei laboratori del colorificio Colorobbia) ha senz’altro contribuito all’immediatezza del successo delle ceramiche, ma il segreto della straordinaria permanenza nel catalogo Bitossi delle ceramiche Rimini blu va ricercato anche – se non soprattutto – nell’efficace compenetrazione tra ricerca formale modernista di marca nord-europea e suggestioni primitiviste che palpabilmente affiora in ognuna di esse. Suggestioni, peraltro, promananti da una regione come l’Africa che – specie fra le due guerre – ha rappresentato un focus peculiarmente influente, in generale, per l’arte moderna e, in particolare, per Aldo Londi. Per il designer/artefice nato a Montelupo Fiorentino, peraltro, quella nei confronti del continente “originario” non è stata affatto un’infatuazione intellettuale: abbastanza presto prigioniero di guerra, Londi è costretto a vivere per alcuni anni nei campi di concentramento inglesi in Sudafrica. Qui, oltre a essere indelebilmente ammaliato dai colori di una terra prodigiosamente vitale, impara una lingua che gli sarà oltremodo utile per confrontarsi in modo impareggiabile con i primi buyers americani degli anni 50 e 60. Anche e soprattutto tramite il mercato di qualità delineato oltreoceano dai partner anglosassoni di Bitossi, la serie Rimini blu diviene ben presto un classico distintivo sia per la middle che per l’upper class anglosassone – “Modern in the tradition of good taste” è il payoff di una tra le più influenti catene distributive della gamma. Un classico che però – nonostante gli enormi mutamenti della situazione sociale ed economica internazionale – non ha perso praticamente nessuno dei vantaggi competitivi originari. Anche oggi, a quasi 60 anni dalla messa in produzione, il suo colore rimane inimitabile e la freschezza delle forme, unita alle intelligenti soluzioni di decoro, sono in grado di “catturare”, proponendola con successo sul mercato, proprio quella chimera oggi ricercata pressoché in ogni settore produttivo: un oggetto seriale (realizzabile cioè con tempi e procedure relativamente semplici ed economiche) suggestivamente potente, immediatamente riconoscibile ma, di fatto, unico e irripetibile. A Marina Vignozzi Paszkowski l’onere e l’onore di raccontare questa storia che ci avvicina ai valori primari ed essenziali della produzione regionale in cui spirito d’avventura (ricerca, innovazione, sperimentalità laboratoriale) convivono dialetticamente in sinergia con la ponderata considerazione delle tradizioni artigianali più antiche (per una volta, non tanto l’ormai “opprimente” Quattrocento, quanto piuttosto le assai più profonde e copiose radici etrusche e preistoriche). A Vignozzi Paszkowski va dunque il doveroso ringraziamento dell’associazione MuDeTo, sia per aver consentito di riproporre in questa sede un ricordo (risalente al 2010) di Marco Zanini su Aldo Londi (sezione “Testimonianze”), sia per aver gentilmente aderito con il lodevole saggio che segue (oltre che con le corpose schede dedicate a Londi e Bitossi Ceramiche) alla nostra iniziativa. Un progetto “editoriale”, prima ancora che culturale, accessibile erga omnes, volto in particolare a far emergere, rendendolo sempre più sedimentato e riconoscibile, il patrimonio produttivo e progettuale della nostra regione – composto tanto da storie vincenti quanto da “microstorie” sommerse. Un patrimonio di cui la stessa Toscana più colta e avvertita è, a nostro avviso, tuttora, solo in parte consapevole e cosciente.

(Associazione Mu.De.To.)

Siamo nei primi anni Cinquanta, in un momento di straordinaria complicità tra aziende e committenti, tra artigiani e designer, tra prodotto e fruitore dello stesso. Un intraprendente direttore artistico, Aldo Londi [01], sostenuto dai proprietari, canalizza tutti questi impulsi nella meticolosa ricerca su intriganti temi “alchimistici” e produttivi, come la creazione della famosa serie Rimini Blu, messa in produzione dal 1959.
Un colore e una serie talmente intrisi di personalità da divenire icona del lavoro del suo creatore Aldo Londi presso la manifattura Bitossi [02] e, più in generale, vessillo della produzione degli stessi, tanto da rimanere a oggi un’esclusiva dell’azienda, nonostante i numerosi tentativi di imitazione.

Le ceramiche di Londi sono il frutto di un assiduo studio, di una costante sperimentazione di materie, colori e tecniche diverse – reso ancora più prolifico grazie anche all’ausilio delle sempre più avanzate ricerche del laboratorio chimico del colorificio Colorobbia, costituito nel 1947 dai fratelli Bitossi [03] – e spesso si presentano dunque come precorritrici di tendenze.
L’episodio del Rimini Blu è una delle tante storie di collaborazione e ricerca tra Londi e il colorificio Colorobbia per creare nuove sfumature di colore. Forse la più fortunata, poiché da essa nasce un colore “impossibile”, che permette un nuovo processo di finitura riducendo i tempi di produzione.

Il tipo d’argilla usata è un refrattario bianco (utilizzata già nel 1959) oppure un refrattario rosso seguito da ingobbiatura, che nei quaderni di produzione viene indicata come “ingobbio roccia bianca”, materia particolarmente adatta per l’uso delle cristalline, poiché favorisce una maggiore brillantezza degli smalti.
Le forme adottate nella collezione spaziano da forme semplici e ordinarie a soggetti classici o scultorei, fino ad arrivare ad una straordinaria collezione di animali caratterizzate da una distintiva fantasia, in alcuni casi quasi naif. Le forme sono per lo più lavorate a tornio o a pressa, solo in pochi casi si utilizza il colaggio.

La texture decorativa è ideata al momento della lavorazione del “crudo”, quando, come d’abitudine, Londi s’avvicinava ai tornianti con le tasche piene di viti, chiodi e quant’altro, attuando una sorta d’action imprinting. Stabilito lo schema decorativo, l’incisione a impressione con stampino o cariolata poteva essere svolta anche da mani meno esperte. Una texture semplice composta da minuti e fitti segni che creano un fregio, un girotondo fantastico di elementi astratto geometrici che non si stancano mai di rincorrersi. Esaltati da quei veloci tocchi gialli e neri che il decoratore fonde con il blu e che, dopo la cottura, ripropongono magicamente i giochi di luce che si riflettono nel mare.

Se a prima vista la scelta cromatica può sembrare fissata quale emblema dell’origine mediterranea di quei manufatti, in realtà potrebbe essersi originata dal gradimento goduto negli Stati Uniti da un colore chiamato “Spanish Blue”. Un colore che l’importante distributore americano Irving Richards [04] della Raymor Company di New York [05] supplicò Ettore Sottsass Jr., in quel momento suo collaboratore ed assiduo frequentatore della manifattura Bitossi, di usare, senza però raggiungere alcun effetto. Sottsass detestava questo colore, come ricorda Barbara Radice: «Allora erano di moda le terrecotte folkloristiche e le ceramiche super-cotte, il gres marrone cupo sembrava molto chic. Soprattutto era di moda un colore che gli americani chiamavano “Spanish blue” e che probabilmente non era spagnolo affatto ma marocchino. Ettore lo detestava e si rifiutava di usarlo nonostante le preghiere di Richards»[06].

Irving Richards è quel noto distributore che, con grande intuito, ha messo in contatto emergenti designer industriali con varie manifatture per la produzione dei loro lavori, e che, come attento conoscitore del mercato americano di massa, ha dato un importante contributo alla forma e alla direzione delle produzioni, poi da lui promosse e distribuite. Un cliente ed un amico dei Bitossi e di Londi a cui era difficile dire di no. Probabilmente è per questo che, di fronte al categorico rifiuto di Sottsass, Aldo Londi si sentì in dovere di assecondare la richiesta di Richards e sollecitò una ricerca con la collaborazione del colorificio, che portò alla creazione di questo magico blu e alla conseguente creazione della fortunata linea nel 1959. Il colore “Blu Rimini” è composto da una cristallina colorata prodotta dalla Colorobbia che precedentemente era chiamata “Bleu Egiziano”. I diritti d’uso degli smalti e cristalline usate in questa linea sono riservati alla sola manifattura Bitossi.

Non è un caso che questa fortunata serie inauguri una pionieristica tecnica di brand management, un’idea di marketing che associa la decisione dell’acquisto a stimoli percettivi e sensoriali, a partire dal nome che evoca la gioia italiana di vivere.

Seppure l’idea iniziale parta dalla definizione cromatica (il blu), sarà quella precisa creazione decorativa ad incisione per impressione a stampino [07] a far sì che questa collezione divenga sin dall’inizio un vero e proprio evergreen: la serie Rimini di Bitossi. Una decorazione, una linea inscindibile dal proprio produttore tanto da permettere alla Bitossi di produrre parallelamente nel corso del tempo numerose varianti cromatiche, che hanno dato origine ad altrettante linee: dal Rimini Sunset al Rimini verde luminoso, dal Rimini rosso veneziano al Rimini Via Veneto degli anni Sessanta, dal Rimini a lustri metallici al Rimini Messico degli anni Settanta sino al Rimini Pacific Blue degli anni Ottanta e il Rimini ruggine degli anni Novanta, per fare alcuni esempi.

La serie Rimini blu oltre a far parte di collezioni pubbliche [08] e private [09] è stata e continua ad essere fonte d’ispirazione.
La designer Bethan Laura Wood, nella realizzazione della sua collezione di vasi e coppe prodotte da Bitossi Ceramiche, si ispira alla tecnica dell’incisione, ai colori e alle forme create da Londi nella serie Rimini blu [10].



TESTIMONIANZE 




Marco Zanini




Ho avuto la fortuna di conoscere Aldo Londi quando ero molto giovane e lui già avanti con gli anni ma ancora con molta energia; mi piaceva chiacchierare, talvolta anche nella sua casetta nascosta nel verde sopra la Pesa, di ceramica ma non solo, mostrava le foto degli anni di prigionia in Sud Africa, chiacchieravamo di come era stata la ricostruzione dopo la guerra, di come era e stava cambiando il mondo in quella cerniera storico/fisica che è la Toscana, prigioniera della sua storia tra gli Etruschi ad Artimino e gli scempi immobiliari fatti, in nome del popolo, della cooperazione e del progresso sulle colline (ed anche dentro le cittadine, Montelupo incluso) che dopo aver dato al mondo geni ed infinite meraviglie, Michelangelo, Leonardo, le tombe di Baratti, la cupola del Brunelleschi, vive una crisi culturale profonda e prolungata, con classi dirigenti mediocri e leaders la cui memoria non dura il tempo di un mattino.
Allora c'era ancora la moglie, poi se ne è andata e Aldo è rimasto più solo e più triste.

Da giovane il mio interesse era sapere, capire, collezionare dati, informazioni, apprendere; Aldo aveva per me simpatia, gentilezza, generosità; i ritmi erano quelli della Toscana che preferisco: dormire nel silenzio della Paggeria Medicea dopo lo stress del viaggio di notte lungo l’Autostrada del Sole, mattinate di sabato passate nel capannone semivuoto della Bitossi a tentare di fare qualcosa di nuovo, sperimentando, con forni andati a male, smalti che uscivano di un colore diverso e tutto il resto, assolutamente normale, della ceramica; lunghi pranzi in trattoria a base di finocchiona, chianti, pane, penne strascicate ed enormi bistecche alla fiorentina, o conigli dolceforte con fritto di fiori di zucca e carciofi, in una geografia estremamente limitata, e perfetta, che non oltrepassava Carmignano, Montespertoli e Cerbaia.

Aldo aveva una grande passione per Ettore, erano molto amici e si volevano molto bene, ma ceramicamente erano proprio di due pianeti diversi: Ettore usava la ceramica, come ha sempre usato qualsiasi materiale, come uno strumento per comunicare i suoi pensieri speciali, come una carta tridimensionale e materica con cui produrre segni e disegni legando la storia e le culture del passato con le sperimentazioni del contemporaneo in filastrocche lunghe, complesse, affascinanti che andavano dalla Cultura Villanoviana passando per Luca della Robbia, Shiva e Gas Stations pre e post Pop per arrivare a Memphis e non fermarsi ancora fino all'ultimo momento utile.

Aldo, che ha prodotto migliaia di pezzi in una ricerca estetica mai finita, mi rimane inevitabilmente nella memoria per il Rimini Blu che, spedito e fatturato in centinaia di container in tutto il mondo (l’altro giorno ne ho trovato un pezzo perfino in Brasile) fece la felicità del Cavalier Vittoriano e, probabilmente, aiutò a finanziare qualcuna delle sue molte iniziative industriali ben più solide (spero) di questa fragile ceramica toscana che nei secoli sempre è finita rotta: etrusca, romana, medicea, moderna, contemporanea; come si usa dire: “superata dal progresso” salvo che nelle grandi collezioni, dei grandi mercanti, ben nascoste nei forzieri delle Banche Svizzere, ecc.

Sono passati 35 anni dal giorno in cui, per la prima volta, entrai a Montelupo in Lambretta, per la statale antica piena di camion, per comperare terra e smalti per un esame alla Facoltà di Architettura di Firenze; Aldo se ne è andato alcuni anni fa, la sua traiettoria e le sue vicissitudini ben rappresentano quello che è successo nel secolo passato: il disastro del fascismo e della guerra, la ricostruzione, la transizione dall'artigianato all'industria, la innovazione del periodo post guerra e la progressiva perdita di significato, di referenze, di un mondo che non sempre ha avuto la necessaria qualità intellettuale per coniugare globalizzazione e tradizione, storia e innovazione, progresso e vera qualità della vita.

La grande e antica tradizione locale della ceramica è più viva nei musei che nelle fabbriche che piano piano si sono spente e chiuse, sono sicuro che anche qui il piatto raccomandato è oggi penne al salmone (pieno di antibiotici, che viene dal Chile dove mai è esistito endemicamente) o gamberetti (sa Dio da dove vengono, forse Panama o Ecuador) e rucola.
Non è una questione di nostalgia, che non mi appartiene visto che, trentino, vivo a Rio de Janeiro.
La questione è non sostituire il buono, conosciuto, raffinato, unico (la ceramica o la finocchiona) per il peggio.


Titolo:   Un ricordo su Aldo Londi 



Autore: Marco Zanini  



Luogo:  Flamengo, Rio de Janeiro (testo estratto da: Marina Vignozzi Paszkowski, Aldo Londi. Un 


space ceramista del Novecento, Fondazione Vittoriano Bitossi, Polistampa, Firenze 2014) 


Data:      6 febbraio 2010 



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