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AUDIOGUIDA, VIDEOGUIDA (AUDIOFONO) [1959]












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COLLEZIONE MUDETO



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AUDIOGUIDA, VIDEOGUIDA (AUDIOFONO) 
AREA TEMATICA Design per la Persona | Design per la Collettività
TIPOLOGIA Strumentazione didattica e infotainment
ANNO 1959
PROGETTO Giovanni D'Uva
PRODUZIONE / PER D'Uva
RICONOSCIMENTI [...]

MOTIVAZIONE 


di: Luigi Trenti 

In quest’ambito, l’ultima clamorosa novità si può ammirare a Singapore: un palazzo di cristallo alto 15 piani in cui, tramite un’app dedicata, è possibile selezionare, acquistare con carta di credito, ritirandola al piano terreno, una o più delle supercar esposte e disponibili. Una prassi acquisitiva che, con modalità ulteriormente luxury, si ritrova anche ad Abu Dhabi dove è consentito l’acquisto estemporaneo di monete e lingotti d’oro: un’idea regalo che – forse meglio di qualsiasi altro gioiello – oltre a costituire un lungimirante investimento, risulta più che adeguata per testimoniare la profondità del sentimento che si prova per il partner.

Quelli appena citati sono solo alcune delle più recenti applicazioni della “distribuzione automatica” di prodotti; una modalità di accesso a prodotti e servizi in genere – in cui è ormai coinvolta una vastissima area di settori – che contro ogni aspettativa affonda le sue radici nell’antichità e che, spesso erroneamente, si è portati a ritenere riguardi “solo” bevande e merendine [01].

Su tale argomento persiste infatti, ed è in gran parte suffragata dalla pubblicistica di settore, la diffusa opinione che si tratti di una sorta di enclave avanguardistica commerciale e distributiva, relativa perlopiù a un mondo a sé stante, fruibile solo occasionalmente quando non si presentano alternative migliori. In realtà, quasi ogni nostra attività è ormai riconducibile a servizi di vending, ossia a compravendite in cui, come soggetto acquirente, siamo i soli fisicamente presenti. Una tendenza peraltro che, dal 2020 in poi, s’è acuita fino a divenire pressoché endemica con lo sviluppo e l’espansione della pandemia di Covid-19.

Va sottolineato che attraverso la distribuzione automatica è da sempre consentita sia la cessione di beni materiali, sia di servizi e, a ben guardare, le due dimensioni si intrecciano e si completano nella comune realtà quotidiana.

Per i distributori automatici uno sviluppo consistente si manifesta in coincidenza sia della prima (1760-1830) che, in particolare, della seconda (1870) rivoluzione industriale, quando cioè l’idea di sostituire nei processi industriali le attività lavorative meno evolute con macchine pervade ogni settore produttivo, mentre a livello commerciale s’insegue fedelmente e si cerca di soddisfare i bisogni, mode e costumi della società più gettonati – aggettivo, come si vedrà, assai calzante.

In alcuni paesi europei, come Regno Unito, Francia, Germania e oltreoceano, negli Stati Uniti d’America, geniali inventori iniziano a ideare e brevettare, a partire dal XIX secolo, dispositivi per la distribuzione automatica dedicati prevalentemente a beni di uso quotidiano non deperibili come tabacchi, fazzoletti, fiammiferi, biglietti, francobolli e caramelle.
Nel 1884 William H. Fruen deposita il brevetto USA n. 309.219 per un distributore automatico di acqua che di fatto è il redesign di quello che da molti è considerato il primo esempio documentato di distributore automatico della storia, progettato da Erone e descritto nel suo libro Pneumatika risalente al 215 a.C. Del testo originale, ormai perduto, viene fatta una copia nel 1587 con illustrazioni e traduzione in italiano. Ideato per vendere acqua sacrificale nei templi egiziani, il meccanismo di funzionamento di questo dispositivo a moneta è semplice ed essenziale: la moneta, introdotta in una fessura posta nella sommità di un’urna, cade sul piattello di un bilanciere e il suo peso solleva un tappo, facendo uscire una piccola quantità d’acqua da un foro posto in basso. Caduta la moneta, il bilanciere si riposiziona e il dispositivo è pronto per il servizio successivo.

Innumerevoli sono nel tempo le applicazioni, per certi versi anche bizzarre, del vending, così come innumerevoli sono nel tempo i beni e i servizi offerti a un pubblico sempre più vasto. Un principio di distribuzione automatica è applicato in Inghilterra proprio nel corso di una lotta per la libertà di stampa in un periodo storico in cui per alcuni libri vige il divieto di vendita. Nel 1822, Richard Carlile, libraio e libero pensatore, immagina di aggirare i divieti affidando la vendita di pubblicazioni proibite al contributo di un dispositivo automatico, ma tale escamotage non basta a risparmiargli la galera. Più o meno nello stesso periodo, a Corinne, nello Utah - USA, anche le carte per istruire una pratica di divorzio sono già articoli acquisibili presso un distributore automatico. Qualsiasi cittadino deciso ad ottenere il divorzio può inserire alcuni dollari, sollevare una leva sul lato del distributore automatico e ritirare documenti che possono essere compilati e portati allo studio legale locale, il cui nome viene impresso sul modulo tipo.

Tornando in Europa, nel 1889 in Francia, un’organizzazione caritatevole utilizza il vending per raccogliere fondi a scopi filantropici, mentre, in sostituzione dei bruciatori a carbone divenuti ormai illegali, vengono installati in ogni strada distributori automatici di acqua calda per riscaldare le carrozze d’inverno. Sono sempre i francesi i primi a proporre i distributori di bottigliette di profumi e disinfettanti ed è a loro attribuita l’invenzione, risalente al 1891, dei primi distributori di bevande che permettono di erogare caffè, vino, liquori e birra. Immagini dell’epoca illustrano bene come questi distributori, dal caratteristico design a forma di botte, venissero installati in batteria in varie zone della capitale.

Sul fronte della distribuzione automatica di servizi, è sicuramente la bilancia pesa persone, oggi diffusissima in molte farmacie, uno dei primi esempi di vending applicato all’erogazione di servizi. Molto diffuse qualche decennio orsono (alzi la mano chi non vi sia salito sopra almeno una volta senza ricorrere, scoprendo un aumento di peso, all’alibi conveniente d’essere completamente vestito per giustificare l’inatteso risultato), già nella metà del XIX secolo se ne registrano le tracce in nord Europa. Nel 1890 a New York fa la sua apparizione la prima bilancia parlante, anche se in realtà non legge il peso, ma emette melodie grazie all’aggiunta di un fonografo, ideato e brevettato poco prima da Thomas Alva Edison. In pratica la si può considerare una sorta di modello antesignano del Jukebox, categoria tipologica che, insieme a quella dei Pinball e dei Coin-Op Games (come le Slot Machines apparse a fine XIX secolo), rappresenta uno dei più redditizi settori della distribuzione automatica dagli anni 30 del XX secolo: la distribuzione del servizio di intrattenimento, che ancora oggi imperversa, con diffusione capillare e incontrollata, in bar e appositamente dedicati fondi commerciali dalle vetrine oscurate, attraverso nuovi strumenti chiamati Videopoker.

Negli USA i Coin-Op Games esplodono come forma di evasione con la grande depressione del 1929, ma non ovunque sono ben accetti, in varie altre zone e paesi sono infatti proibiti in quanto classificati come gioco d’azzardo. La “sfida” uomo/macchina rappresenta da sempre sia un’irresistibile tentazione per gli utilizzatori che un eterno e pressoché insormontabile problema di carattere tecnico per i costruttori. Fin dagli esordi, infatti, i distributori automatici sono oggetto di attacchi e sabotaggi, utilizzando i più svariati accorgimenti, dalle finte monete, agli spintoni, ai tondelli recuperabili in quanto legati a un filo, fino ai più recenti e sofisticati metodi di hackeraggio elettronico che vedono tra le proprie vittime uno dei distributori di servizi più utilizzato, il bancomat.

Su tale tema bifronte, è emblematico uno dei ricorrenti topoi narrativi di Happy Days, la popolare serie televisiva americana ambientata negli anni 50-60, dove nel pub di Arnold’s, luogo di ritrovo dei teenager di Milwaukee, il personaggio italoamericano Arthur “Fonzie” Fonzarelli (interpretato da Henry Winkler) anziché inserire la moneta aziona abitualmente il Jukebox con un semplice (e magico) colpetto ben assestato sul lato della macchina. Non a caso, i produttori di pinball [02] (altro articolo presente e assiduamente frequentato nel pub di Arnold’s che in Italia è conosciuto col termine flipper) si vedono ben presto costretti a inserire un sistema di sicurezza che si attiva con un contatto elettrico e che causa l’interruzione della partita quando l’apparecchio subisce forti sollecitazioni fisiche esterne, come scossoni o inclinazioni. Per cui, in caso di colpi troppo violenti, la componente elettronica della macchina entra in modalità di blocco, generando il famoso tilt [03].

E sempre a proposito del duello da tempo avviato tra uomo e macchine “mangiasoldi”, un indubbio rilievo ha giocato e gioca tuttora l’evoluzione tecnica e la vasta gamma esistente di sistemi di pagamento che ormai vanno dalla più semplice gettoniera meccanica a riconoscimento di diametro, spessore e peso della moneta (che può essere aggirata con repliche di minor valore), alla gettoniera elettronica, assai più sofisticata, dove la moneta, una volta introdotta, viene fatta passare attraverso un campo magnetico, il quale viene ad alterarsi in funzione della lega che compone la moneta stessa. Sulle schede elettroniche delle più evolute gettoniere sono infatti memorizzate tutte le alterazioni possibili che le monete valide, circolanti in un determinato paese possono produrre, di conseguenza se l’alterazione prodotta al passaggio della moneta viene riconosciuta, essa viene accettata, viceversa viene eiettata fuori [04].

Assimilabili in tutto alle gettoniere elettroniche sono pure quelle attivate con schede, chiavi elettroniche, carte di credito o normali banconote. In questi casi si tratta di sistemi più complessi e ingombranti che trovano applicazione concreta in servizi di maggior rilevanza. A questo panorama, già di per sé vasto, si vanno ad aggiungere i sistemi di pagamento che ormai non prevedono più neppure un contatto fisico con il denaro, come per esempio il telepass, classificabile in quanto distributore automatico di un ulteriore servizio, ossia quello del pedaggio che permette di accedere a percorsi autostradali. Da non tralasciare sono poi i servizi automatici di cambio moneta e valuta, spesso affiancati e di ausilio alla fruizione automatica di altri beni e servizi. Né va dimenticata la recente introduzione delle criptovalute che ha portato alla diffusione in questo particolare campo dei distributori automatici di bitcoin.

Nonostante il variegato panorama tipologico appena descritto (riguardante sia beni che servizi), visitando in Italia una fiera del settore come Venditalia è assai difficile trovare esposti modelli di distributori automatici di servizi. Infatti la quasi totalità degli spazi espositivi è destinata ad aziende produttrici di distributori di beni di consumo come bevande e alimenti, mentre gli esemplari del restante universo automatico – la distribuzione di servizi appunto – vanno cercati con pazienza, ovvero scoperti con sorpresa, in ben altre location espositive, fiere tecniche, di ricerca, proprio perché, a torto, nell’immaginario industriale attuale questi due mondi non vengono affatto considerati affini, pur avendo in comune nella totalità dei casi un analogo dispositivo di pagamento automatico. Sicché, per avere un’esauriente veduta d’insieme di tali dispositivi da intrattenimento e da gioco, occorrerebbe sicuramente visitare (restando in Italia) la fiera Enada - Mostra Internazionale degli Apparecchi da intrattenimento e da Gioco che si svolge ogni anno a Rimini, mentre per toccare con mano le più aggiornate “diavolerie” in termini di robotica e automazione ci si dovrebbe probabilmente spingere fino a Las Vegas per visitare il CES, ossia il Consumer Electronic Show.

Tornando alle diverse opzioni disponibili sul territorio di erogatori automatici di servizi (sovente non colti nemmeno come tali), un altro esempio comune di distributore, sebbene oggi in via di estinzione, è rappresentato dal telefono pubblico [05]. Prima a gettoni e poi a schede, diffuso in tutto il mondo e proposto in un’infinità di versioni alcune delle quali impresse nella memoria collettiva come, ad esempio, la cabina rossa inglese o il nostro ultimo modello arancione che porta la firma del pluripremiato designer Rodolfo Bonetto.

Cambiando contesto, spostandoci sulla scena stradale, tra gli esempi meno amati – per usare un eufemismo – dagli autisti di ogni nazionalità troviamo poi il “parchimetro”, evoluto nel più recente e tecnologico “parcometro”, e visto ormai non tanto quale ausilio pubblico per disciplinare la sosta bensì come uno dei tanti metodi per batter cassa da parte delle istituzioni locali sfruttando l’inevitabile carenza di posti auto a fronte del numero immenso di veicoli privati circolanti. Veicoli che, nel novero delle varie attività di manutenzione, includono tra le più rapide e immediate l’autolavaggio presso i distributori di carburante, anch’essi ormai automatizzati e disponibili 24 ore su 24. Nel tempo questo servizio si è arricchito di ulteriori funzioni disponibili come, ad esempio, il gonfiaggio gomme e l’aspirazione dei tappetini a gettone. E ormai non è raro trovare negli stessi ambiti distributori automatici che propongono ammiccanti prodotti per lucidare un cruscotto dalla plastica un po’ spenta, olio per lucidare gli pneumatici o spray per staccare facilmente, prima del lavaggio, gli insetti sedimentati sul radiatore durante le stagioni più calde. Senza dimenticare la più ovvia e ricorrente delle manutenzioni inerenti i veicoli: il rifornimento alla pompa automatica, ora associato anche all’emissione di fattura – anche se quest’ultimo caso, a rigore, riguarda a tutti gli effetti la cessione di un bene, il carburante [06].

Una volta scesi dall’abitacolo e rimessi i piedi a terra, per trovare servizi automatici importati dagli USA, oggi divenuti ormai consueti, possiamo anche ricorrere a “tormentoni” del nostro passato televisivo e, in particolare, a una pubblicità della Levi’s che negli anni 80 imperversa in Italia trasformandone il protagonista in un idolo delle teenager. Nello spot il giovane Nick Kamen, per lavare jeans e maglietta si trova infatti “costretto” a esibirsi in uno striptease quasi integrale sulle note di I heard it through the grapevine di Marvin Gaye, all’interno di una lavanderia a gettoni. Un settore, quest’ultimo, recentemente in grande crescita nel nostro paese, nonostante si conservi una sorta di diffuso disagio e diffidenza nell’affidare la biancheria a dispositivi condivisi con estranei. Lo sviluppo di questo servizio pubblico ha tra l’altro introdotto e per certi versi “sdoganato” anche un elettrodomestico rimasto praticamente sconosciuto fin quasi agli anni 10 di questo secolo: l’asciugatrice. Un ritardo di penetrazione nelle abitudini di consumo riverberatosi nella routine domestica della gestione del bucato che non di rado, volenti o nolenti, interferisce tuttora con l’estetica complessiva degli stessi edifici mediante allestimenti vagamente naif di biancheria multicolore disposti su facciate, terrazzi o su stendini di ogni foggia e materiale.

Esiste poi tutta una serie di servizi automatici che prevedono il versamento di una somma (spesso di modica entità) a titolo di deposito recuperabile, come avviene, per esempio, nel caso dei carrelli della spesa o dei porta bagagli negli aeroporti. In questo caso la prescrizione di un contributo monetario (anche se, come detto, temporaneo) è dettata dal proposito d’instaurare un deterrente alla pigrizia o all’incuria dei fruitori di questi ausili che dopo l’utilizzo sono sovente tentati di abbandonarli lontano dai relativi punti di distribuzione e raccolta.

Come già riportato da Umberto Rovelli nella motivazione della linea di dispenser integrabili Domino (progettata dal fiorentino Luciano Valboni e oggetto della XXVI “acquisizione” MuDeTo), la distribuzione automatica approda in Italia molto tardi rispetto agli altri paesi citati. Sono infatti gli Yankees che, liberando l’Italia alla fine della seconda guerra mondiale, importano i primi – e inconfondibilmente rossi – distributori automatici di Coca Cola il cui dilagante successo spronerà alcuni imprenditori del nord a introdurre questo sistema distribuitivo commerciale anche per la nostra bevanda prediletta: il caffè.

Siamo già nel 1953 e, forse, questo ritardo può ricondursi a motivazioni di ordine culturale che – probabilmente più di ogni altra ragione economica o strettamente funzionale – hanno determinato il rigetto di ogni tentativo di diffusione del servizio automatico precedente quella data. In virtù della propria variegata tradizione culinaria e dell’altrettanto riconosciuta genuinità alimentare, un carsico quanto diffuso orgoglio nazionale ha fatto sì che nel nostro paese il servizio di distribuzione automatica sia sempre stato visto come una sorta “minimo sindacale”, una soluzione scadente foriera di basse qualità, nemmeno lontanamente paragonabile a quelle di un tradizionale servizio effettuato da un operatore in carne e ossa. All’estero, soprattutto in paesi come gli USA o il Giappone, la scelta fra “automatico” o “non automatico” dipende spesso dalla valutazione del semplice parametro della distanza. Ma se all’estero quel che dirime la scelta fra distributore e pub è sostanzialmente il percorso più breve che li separa dal consumatore, in Italia, abituati come siamo ad aggredire il barista con le più maniacali e fantasiose richieste di macchiatoni, ristretti, schiumati, corretti e shakerati, non pochi preferiscono montare in auto, magari rischiando una multa o estenuanti peregrinazioni alla ricerca di un parcheggio, pur di evitare di bere un espresso servito in un bicchierino di polistirolo.

Il nostro approccio istintivamente diffidente nei confronti del distributore automatico ha ancora oggi i suoi echi, nonostante le apparecchiature si siano notevolmente evolute e la panoramica delle alternative proposte a livello di menù si sia inverosimilmente estesa, arrivando a osare la preparazione e l’offerta di primi piatti espressi e pizze (anche se al momento il prodotto che pare interessi di più il vending nazionale sembra la cannabis, i cui discreti distributori, appartenenti a varie società, stanno letteralmente invadendo ogni quartiere cittadino).

Ma tornando alla distribuzione automatica di servizi, va rilevato che è molto ben radicata nel settore turistico, habitat sociale, economico e culturale dove si origina la storia dell’oggetto tema di questa “acquisizione” MuDeTo. Tra le diverse applicazioni disponibili attualmente, una delle più consuete è il cannocchiale a gettone, quasi sempre posizionato strategicamente in aree panoramiche, dove talvolta è concesso di rilassarsi su poltrone o lettini e godere la vista, magari ascoltando musiche di sottofondo, anch’esse azionabili a gettone. Intensificate un po’ ovunque a seguito degli attentati del settembre 2001, le misure di sicurezza impongono in molti musei la presenza dei lockers, armadietti a gettone dove depositare i propri bagagli a mano. Nelle stazioni di servizio e ferroviarie, ma anche nei musei, l’accesso ai servizi igienici è consentito quasi esclusivamente a pagamento: inserita la moneta, si sblocca il tornello e si può entrare nell’area dei bagni pubblici che altrimenti risulta inaccessibile. In molte strutture turistiche e impianti sportivi, onde evitare incontrollati consumi, doccia calda e phon, sono disponibili solo con meccanismo temporizzato a gettoni, così come i dispositivi per lustrare le scarpe, presenti nelle hall in molti hotel. Da ultimo, ma non certo per importanza (specie considerando il tema trattato), segnaliamo che senza un’apparato luminoso a gettoni oggi sarebbe persino quasi impossibile la visione di un’opera chiave del Manierismo italiano conservata nella chiesa fiorentina di Santa Felicita. L’emozione provata dalla folgorante apparizione de Il Trasporto di Cristo (Pontormo, 1526-1528 circa) è raccontata così del suo stesso futuro restauratore, Daniele Rossi: «Ti spiavo dal cancello, la luce durava il tempo di un gettone. Sufficiente per ricevere un messaggio dalle figure inguainate che mi fissavano con sgomento»[07].

In Italia, giustamente considerata tra le nazioni più autorevoli nel design dell’arredo, non sono mai stati né disegnati né prodotti, ma negli hotel nordamericani in particolare (insieme ai qui pressoché inesistenti televisori a gettoni) si sono affermati e sono persino divenuti di gran moda i richiestissimi letti con materasso riempito d’acqua dotati di massaggio a vibrazione, anch’esso ovviamente azionabile a gettoni [08]. Recente ed evoluto fenomeno del vending di servizi (anche per il sistema di pagamento che avviene ormai in modalità totalmente digitale) è infine lo sharing di mezzi di locomozione, diffuso in molte città a grande afflusso turistico per gestire vastissimi parchi di biciclette, monopattini, scooter e automobili.

Come si può arguire da quanto finora esposto, se nella contemporaneità i distributori automatici godono ormai di una tale diffusa presenza da passare paradossalmente inosservati, nell’Italia da poco uscita dal secondo conflitto mondiale la gran parte delle attività oggi delegate a macchine e attivabili con monete reali o virtuali è invece svolta, praticamente senza rilevanti mediazioni tecniche, da personale umano. È dunque in un contesto assai più “arretrato” dell’attuale – talvolta come accennato persino ostile, e sostanzialmente “vergine” dal punto di vista produttivo – che, nel 1959, nasce l’idea di Giovanni D’Uva, un giovane ancora diciannovenne che, desideroso d’intraprendere l’attività di antiquario, inizia a visitare con assiduità i musei fiorentini, avendo così modo di ravvisare il cospicuo limite – tuttora esistente in alcuni casi – che incontra il visitatore nel comprendere appieno il valore e l’importanza di ciò che sta davanti ai propri occhi.

La difficoltà a contestualizzare l’opera d’arte è una questione che ovviamente riguarda sia la naturale perspicacia sia il livello culturale personale di ciascuno. Ma collocare storicamente un quadro, una statua o gli interni di un intero edificio (apprezzarne la qualità, coglierne la novità, rilevarne retaggi e influenze) è cosa non facile per chiunque. Ed è una difficoltà di comprensione che, tra l’altro, non si limita al solo ambito della produzione artistica del passato ma si estende anche a buona parte delle arti contemporanee nelle quali, forse per la prima volta, si è in gran parte reciso il dialogo tra artefice e grande pubblico. Non si può infatti non cogliere un tratto sardonicamente lucido e sincero nell’irriverente episodio de Le vacanze intelligenti (1978, diretto e interpretato Alberto Sordi) dove una coppia di fruttivendoli non solo si perde tra gli incomprensibili spazi de La Biennale d’Arte di Venezia, ma durante una pausa dell’impegnativo percorso espositivo viene addirittura confusa con un’opera vivente (nonché valutata l’equivalente attualizzato di circa diecimila euro).

A prescindere dall’epoca considerata, ogni visita museale costituisce pertanto un’incognita comunicativa da risolvere in termini di creazione di una cornice esplicativa, ossia di un supporto di mediazione culturale, di narrazione tesa alla “tessitura” di nessi (preferibilmente perspicui e attraenti insieme) tra mondi e forme di vita che altrimenti rischierebbero di restare inalterati anche dopo i primi epidermici contatti. Tra i valori più specifici e fondanti dell’arte – e della cultura in generale – vi è certamente quello di non lasciare indifferenti i suoi stessi fruitori. In altri termini, l’arte è vitale mutazione e non di rado chi vi entra in profonda relazione diviene una persona diversa, spesso migliore. È del resto questa speranza che, ogni anno tra fine marzo e le prime settimane di maggio, sostiene maestre e maestri nel faticoso impegno educativo volto a “contaminare” i propri svogliatissimi allievi nel corso delle tradizionali trasferte scolastiche. Ma, non diversamente, questa è anche la cruciale sfida comunicativa posta innanzi a quei “laboratori d’interpretazione digitale” (come la stessa D’Uva srl si definisce) che, data la vastità del patrimonio divulgativamente assai trascurato in Italia, potrebbe persino rivelarsi una chiave di volta economica per l’avvio di un nuovo, attesissimo, Rinascimento sia nella nostra regione che in tutto il territorio nazionale.

In altri termini, se, da un lato, si è privati della presenza di opportuni supporti mediali in loco, e, d’altro canto, non si dispone nemmeno dell’immediato apporto di un esperto che spieghi i contenuti, o i motivi che stanno a monte dell’esposizione o dell’opera architettonica che abbiamo di fronte, il rischio concreto è di compiere un grande sforzo fisico, magari visitando meticolosamente sala dopo sala, ambiente dopo ambiente, senza comprendere granché di quel che viene colto dal nostro sguardo. Consapevoli delle difficoltà assimilative implicite in ogni evento espositivo artistico-culturale, molte strutture si sono attrezzate con tour guidati che necessitano però di prenotazioni effettuate col dovuto anticipo, cosa che, di fatto, non è sempre possibile, specie se la visita avviene in modo estemporaneo o è scoperta in modo casuale – eventualità in genere assai probabile. Ed è in questo peculiare ambito problematico che il prodotto ideato da Giovanni D’Uva e realizzato per la prima volta dal Laboratorio di Ricerche Fratelli D’Uva (oggi D’Uva srl) si dimostra efficace e saliente.

Come spesso accade alle invenzioni, è sempre arduo stabilire con nettezza i primati ma, a proposito dell’Audioguida, è giusto notare che il giovane D’Uva ha un’intuizione di portata universale che segna una rilevante innovazione tecnologica al servizio della divulgazione culturale. È vero, certo, che, nel contesto internazionale, esistono dei precedenti altrettanto notevoli. Nel 1952, il direttore dello Stedelijk Museum di Amsterdam, Willem Sandberg, è tra i primi a intuire le potenzialità delle guide audio pre-registrate, adottando nel museo olandese un sistema di trasmissione radio a onde corte a circuito chiuso dove l’uscita audio amplificata di un registratore a nastro analogico è trasmessa tramite un’antenna e raccolta dai visitatori attraverso un ricevitore radio portatile con cuffie. Oltreoceano, nel 1957, la statunitense Acoustiguide lancia una sua prima guida mobile per la visita guidata di Hyde Park la cui voce narrante è quella di Eleanor Roosevelt. Presso l’American Museum of Natural History le audioguide con il sistema Guide-A-Phone sono disponibili già dal 1954, e nel 1959, il primo museo a utilizzare una guida Acoustiguide per la propria collezione permanente (narrata nientemeno che da Vincent Price) è il Phoenix Art Museum.

Ma, in un mondo ancora diviso e non certo interconnesso come l’attuale, le distanze, la diversità dei contesti di adozione e soprattutto il più o meno diffuso livello tecnologico, sono variabili assai più esplicative e pertinenti per dar conto della genialità imprenditoriale dell’autore. Anche volendo tener conto del peculiare caso olandese, in tutta Europa alle soglie degli anni 60 non esiste ancora uno strumento in grado di mettere sia le chiese che i musei efficacemente in contatto con i propri visitatori in maniera semplice e immediata. Dando corpo e sostanza a un’intima intuizione, D’Uva riesce perciò a elaborare non solo un prodotto innovativo e cogente per i contesti individuati, ma arriva persino a individuare una tipologia di distributore automatico di servizi del tutto inedita nel continente. Un oggetto, l’Audioguida, che, appartenendo al limitato novero dei prodotti “inventati” e realizzati per la prima volta [09] (compendiati da Renato De Fusco nella formula del “design che prima non c’era”), costituisce per il settore una pietra miliare i cui effetti avranno modo di riverberarsi concretamente in ulteriori serie di prodotti che dall’Audioguida derivano ma al tempo stesso se ne discostano – per funzionalità e morfologie – determinando evoluzioni – prima fra tutte la Videoguida – nelle modalità di percezione delle opere d’arte.

Agli albori di questa fortunata gamma, nel 1959, Giovanni D’Uva non solo immagina di utilizzare dei nastri magnetici, ma, non esistendo all’epoca automatismi adatti allo scopo, inventa altresì un sistema che attiva il motorino di avviamento del nastro tramite un interruttore a bilanciere. Un sistema innovativo che lascia il segno ed è pubblicato sui quotidiani, al punto da destare la curiosità dell’allora Cardinale Giovanni Battista Montini, Arcivescovo di Milano, poi eletto Papa con il nome di Paolo VI, che trova l’idea interessante e il cui determinante supporto contribuisce, di lì a poco, all’installazione di questo dispositivo nel Duomo di Milano.

Dopo un’iniziale diffidenza, nel 1961 anche la Congregazione dei Riti dà il benestare alla presenza delle guide elettroniche nelle chiese e la conseguenza di tale decisione è l’installazione degli apparecchi di Giovanni D’Uva in tutti i principali luoghi di culto del paese.

A partire dal 1965, i fondatori dell’azienda arricchiscono gli apparecchi con un sistema di diapositive sincronizzate al nastro magnetico vocale, portando così alla nascita (a metà del decennio successivo) delle prime Videoguide elettroniche come diretta evoluzione multimediale delle Audioguide. In questo caso per sincronizzare l’audio con le diapositive (12 nei primi modelli) si ricorre a un forellino sul nastro: al passaggio del forellino delle cellule fotoelettriche avviano un motorino che fa scattare la diapositiva.

Un ulteriore passo che amplifica le potenzialità e l’emozione suscitate dalla vista del Pontormo a Santa Felicita è poi, nel 1974, la nascita del primo Computer Light che integra la tradizionale videoguida a gettone con un sistema per illuminare le opere d’arte.

Ancora più tardi, dal 1986, con la nascita della videoguida VG86, l’abbandono dell’elettronica tradizionale e la conseguente adozione tecnologica dei primi computer consente l’introduzione di più piste: cinque sono utilizzate per le lingue e la sesta per registrare un impulso che fa scattare la diapositiva. La Videoguida si assesta così funzionalmente, divenendo uno standard, ossia un accessorio irrinunciabile presente un po’ ovunque e fruibile non solo da turisti italiani, ma anche francesi, inglesi, spagnoli e tedeschi.

Dal punto di vista morfologico, sia l’Audioguida che la Videoguida recuperano dal già citato e forse più importante distributore di servizi – il telefono a gettone – le linee generali del loro design. Un progetto plastico-formale che associa (dato che l’utilizzo non necessita al fruitore di parlare ma solo di guardare e ascoltare) curiose cornette mozze (cioè senza microfono) collegate con un tubo flessibile a una robusta ed essenziale scatola metallica dove viene alloggiato il dispositivo, prima solo audio e poi audio e video insieme, oltre all’imprescindibile gettoniera meccanica. Completa la dotazione il minimo indispensabile di istruzioni per l’utilizzo.

Questa asciutta essenzialità formale è una caratteristica che sarà mantenuta nel tempo senza alcun complesso, e si può dire rappresenti un po’ il diffuso marker espressivo di tutta una produzione di vending machines per beni e servizi, che, considerati globalmente, presentano spesso morfologie lineari pensate e adottate più per la loro funzione e sicurezza che con l’intento di arredare spazi con oggetti esteticamente gradevoli. Spesso ma non sempre. In proposito, infatti, Mario Bellini – designer di fama internazionale vincitore, con il distributore automatico per caffè Bras 200, del XI Compasso d’Oro ADI – nel 1987 afferma che «in fondo ogni meccanismo per diventare “macchina” ha bisogno di una carrozzeria, cioè di un “mobile” in cui esprimersi, attraverso il quale organizzarsi per divenire comprensibile ed entrare in rapporto con noi e il nostro paesaggio domestico»[10].

Nella realtà del settore, va comunque segnalata come prevalente la tendenza opposta. Per cui sono abbastanza rari gli episodi in cui la figura dell’esperto consulente designer sia ritenuta fondamentale e si assista a un suo coinvolgimento nella definizione delle apparecchiature automatiche e, più in generale, di prodotti tecnici. Quest’ultimi, nella maggior parte dei casi, sono in effetti oggetto di gelose gestazioni da parte di staff interni – il cosiddetto in house design – che spesso, per non dire sempre, vede l’intromissione di figure esterne – e in particolare i designer – come una sorta di complicazione o invasione di campo, quasi mai come una reale opportunità.

A monte di questo scollamento tra le parti c’è indubbiamente una componente culturale. Probabilmente proprio in ragione della riservatezza dovuta alla prevalenza di contenuti progettuali oggetto di ricerca specifica, nel settore tecnico non vengono avvertite come necessarie le specifiche competenze del designer, a differenza di quel che accade da sempre in altri settori più inclusivi come il furniture, il fashion o il car design. A riprova di ciò si può rilevare come, ad esempio in un ambito eminentemente tecnico come quello del settore elettromedicale, l’evoluzione estetica e ergonomica dei macchinari sia stata prevalentemente stimolata dalle necessità avvertite in primo luogo nelle cliniche private. Quest’ultime, assai più di quelle pubbliche, attente a differenziarsi e creare interesse negli assistiti offrendo servizi ottimali in termini di comfort funzionale e visivo nei loro curatissimi ambienti: una strumentazione ben disegnata, accogliente e rassicurante, spaventa meno il paziente/cliente che, messo a suo agio, sicuramente gradirà e passerà parola.

Il quasi totale distacco dal dibattito culturale del design di una larga fascia di imprenditoria del settore tecnico è anche la motivazione principale per cui, in caso di coinvolgimenti esterni, i ricorrenti riferimenti su cui operare la scelta e affidare il compito, sono spesso i grandi carrozzieri italiani, i designer per eccellenza, famosi in tutto il mondo. Noti e anche notissimi professionisti dei quali probabilmente i suddetti imprenditori sono già istintivamente estimatori, avendo magari già acquistato un’auto da loro disegnata. Questo curioso e consolidato meccanismo di scelta ha portato a risvolti non trascurabili. Da un lato la scarsa considerazione storica di molti specialisti di settore, prevalentemente conosciuti solo agli addetti ai lavori – per fare solo due esempi, il già citato Luciano Valboni autore del Domino, e Giorgio Decursu, anch’egli attivo in Toscana con lo splendido tornio parallelo progettato per Comev. Sul fronte opposto – e contemporaneamente –, grazie alle attestazioni di stima ricevute dai loro fan, intere divisioni sono state fondate dai suddetti car designer, per soddisfare le richieste provenienti dai più disparati settori, con risultati però quasi mai di pari eccellenza a quelle raggiunte col magistrale lavoro svolto in ambito automotive.

In entrambi i casi – a partire dall’originaria Audioguida fino alle ultime evoluzioni della Videoguida –, si potrebbero azzardare due ipotesi per dar conto di quella sorta di “ligne claire” che accomuna la conformazione sobria e funzionale di quasi tutti i prodotti presi in considerazione in ormai 60 anni di storia produttiva regionale.

Un primo “movente” è da correlare alla condizione di monopolio pressoché incontrastato goduta da questi prodotti per larga parte della loro diffusione sul mercato come nuova e indispensabile tipologia di distributore di servizio. È infatti in primo luogo la concorrenza con altri produttori a stimolare, nel confronto diretto sul mercato, la competitività e la volontà di perfezionare e affinare aspetti che altrimenti vengono ritenuti di secondaria importanza. In assenza di concorrenza reale, il potenziale seduttivo del prodotto resta più facilmente inindagato proprio in quanto nessun livello decisionale ne avverte la necessità ai fini della vendita.

Un secondo elemento esplicativo – corroborante, per così dire, del primo “movente” – va poi rilevato nel fatto che essendo oggetti espressamente ideati per essere inseriti in prestigiosi contesti storici, già fortemente connotati e ricchi di espressività artistica, la soluzione più opportuna è sembrata fin da subito quella di mantenere a livello formale una certa discrezione, in modo da fornire il servizio al meglio restando un po’ dietro le quinte. Anche perché, in fin dei conti, in un’ottica di progetto squisitamente ancillare e dedicato – come i sussidi divulgativi di cui stiamo trattando – non sembra né opportuno né giusto tentare di rubare la scena: protagonista deve essere il monumento o l’opera artistica, non lo strumento con cui si intende descriverli.

E così è – e rimane – almeno fino all’inizio degli anni 90. Quando, cioè, con l’affermazione di nuove tecnologie e la miniaturizzazione dei dispositivi, la Videoguida si dematerializza progressivamente. Gli ausili museali di fine millennio finiscono così per perdere la caratteristica conformazione del distributore automatico di servizio posizionato saldamente a terra, trasformandosi piuttosto in piccoli oggetti tascabili e trasportabili. Subendo peraltro una sorta d’involuzione tecnico-strumentale: le nuove attrezzature dedicate al “racconto” dell’arte perdono, infatti, addirittura lo schermo. Le Videoguide di fine millennio tornano così a essere Audioguide noleggiabili all’ingresso presso le biglietterie, determinando inoltre il coinvolgimento di personale appositamente dedicato che, a fine utilizzo, provvede alla ricarica delle batterie.

È poi nel corso di questa evoluzione tipologica che, nel 2003, avviene il primo coinvolgimento esterno nella progettazione del prodotto finale realizzato dalla D’Uva srl. Con l’apporto di uno tra i più importanti designer italiani, Michele De Lucchi, si giunge quindi alla definizione del modello Echo+, la più leggera e innovativa audioguida digitale, ad oggi diffusa sul mercato in più di ventimila esemplari.

Successivamente, nel 2009, in considerazione della sempre maggiore diffusione degli smartphone e dell’esigenza, molto sentita dai visitatori, di esseri liberi nell’organizzare e svolgere il proprio percorso di visita, viene sviluppata una specifica mobile app, rinnovata più volte nel corso degli anni, fino ad arrivare alla versione attuale, che implementa funzioni come la Realtà Aumentata, l’attivazione dei contenuti tramite iBeacon e Virtual Tour, che offrono al pubblico un’esperienza immersiva e ne favoriscono l’orientamento.

Solo nel 2013 si registra un ritorno verso un’impostazione più vending della Videoguida, con la nascita di Lilium Touch, dal design geometrico ed essenziale che ricorda l’inquietante e carismatico nero monolito di kubrickiana memoria. Non siamo di fronte a un restyling bensì a una significativa soluzione di continuità che segna, come negli anni 90, una sorta di reboot del sistema di pratiche e relazioni associate alla tipologia. Il rinnovato – e ritrovato – chiosco multimediale raccoglie così tutta l’esperienza dell’azienda e si arricchisce di nuove funzionalità come la sincronizzazione con luci e proiezioni video, l’accettazione di comandi vocali per non vedenti, la fruizione di virtual tour panoramici, time lapse o audio 3D. Dimostrando ancora una volta come il progetto di qualità sia in grado di affrontare con profitto le incognite del futuro attingendo alla forza e all’energia delle radici più profonde – e sorgive – della propria stessa storia.


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