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LOFT [2003]












SCHEDA PRODOTTO (on/off)




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COLLEZIONE MUDETO



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LOFT 
AREA TEMATICA Design per l'Abitare
TIPOLOGIA Divano, poltrona, chaise longue
ANNO 2003
PROGETTO Adriano Piazzesi
PRODUZIONE / PER Arketipo
RICONOSCIMENTI Mostra itinerante I.Dot - Italian Design on Tour , 2006-'07 - New York, Chicago [USA], Shanghai [RPC], Berlino [D], Bombay [IND], Londra [UK]

MOTIVAZIONE 


TESTIMONIANZE 




David Piazzesi




I primissimi anni dell’attività di mio padre come designer furono certamente travolgenti per energia e creatività. In questo periodo – breve ma certamente intenso – Adriano ottenne fin da subito piena libertà da parte dell’azienda. Il suo contributo progettuale, anche ma non solo per il tenore intellettuale dell’esperienza pregressa maturata negli anni 50, si dimostrò per molti aspetti aurorale per il futuro dell’azienda con la quale ha continuato a collaborare ininterrotamente per 40 anni – la Tre D, oggi divenuta Arketipo.
Come accennato, gli ottimi riscontri degli esordi della Tre D nascevano anche da un dislivello di competenze fra proprietà e progettista che, a mio modo di vedere, si rivelò positivo in quanto garantì una forma di rispetto anche nei confronti delle diverse attività svolte da mio padre che quasi sempre sovrintendeva al progetto e all’esecuzione degli stand aziendali.
A partire dalla fine degli anni 60 e fino alla prima metà degli anni 70, i proprietari si dimostrarono ampiamente soddisfatti del successo ottenuto in modo quasi immediato, ma negli anni che seguirono, con il consolidarsi dell’impresa, i primi sintomi, se non proprio di censura perlomeno di marcato controllo dell’attività del proprio art director, non mancarono di manifestarsi evidenziando così quel nascente contrasto di posizioni che per mio padre renderà sempre più complessa la collaborazione con l’azienda.
Determinato essenzialmente da ristrettezze di vedute, dal timore di esporsi, d’essere cioè troppo originali, ben presto prevalse in azienda il desiderio/obiettivo di commisurarsi col mercato sentendosi prevalentemente nel solco sicuro delle tendenze del momento. Già col primo passaggio di proprietà, le mansioni riconosciute a mio padre subirono una significativa contrazione, in breve Adriano divenne il progettista di un’azienda nella quale l’originalità e la fantasia (patrimonio che mi sento di attribuire specificamente a tutta l’opera di mio padre) venivano continuamente sacrificate. La collaborazione con l’azienda si trasformò poco a poco in una battaglia estenuante tra opposte esigenze, nonostante che Sandro Ortino – da abile e occhiuto imprenditore qual è – non abbia mai rinunciato a collaborare con Adriano riconoscendogli implicitamente la capacità di assicurare all’Arketipo, in continuità col reputato passato della Tre D, una produzione autenticamente nuova e originale.
Quanto alla filosofia produttiva espressa dalla Tre D / Arketipo, mi verrebbe purtroppo da dire che non ve ne sia stata affatto. Nelle ricerche che, dalla scomparsa di Adriano, mia madre e io abbiamo svolto su riviste di settore, comunicati stampa, brochure e cataloghi non è emerso quasi nulla in proposito. Pressoché in ogni pubblicazione presa in considerazione non si andava mai oltre la semplice descrizione degli oggetti. Dunque, per quello che posso valutare dalla mia pur breve esperienza di “storico” aziendale, nei quattro decenni di attiva collaborazione fra Adriano e la Tre D / Arketipo, non mi pare si possano riscontrare non solo i tratti di una vera politica promozionale ma nemmeno la decisa volontà di valorizzare – magari temendo di favorirne di conseguenza l’aumento delle richieste economiche – l’opera del designer che per molti anni ne è stato il principale fautore. La reale “filosofia” produttiva consisteva pertanto nell’ottenere buoni risultati spendendo il meno possibile.
A parziale discolpa di questo modo di agire, si può affermare che per l’azienda di Calenzano compiere un decisivo salto di qualità inserendosi nella produzione di rango nel panorama nazionale sarebbe stato molto difficile, data la vorace preminenza del mondo imprenditoriale del Nord italiano nella stampa e nella produzione. Ci si adattò ad una dimensione più provinciale, non priva di qualche conveniente conseguenza sulla stessa vita di Adriano, insofferente ai viaggi e gravato da idiosincrasie caratteriali.
Anche in considerazione di tutto ciò, l’episodio di Loft, occorre dirlo, è stato probabilmente l’epilogo felice e inatteso di un rapporto spesso contrastato e difficile fra un uomo che innazitutto era un artista e un poeta e una realtà produttiva fatalmente assai più disincantata e a tratti persino cinica.
Il Loft era una delle mille idee che mio padre era solito fermare via via sulla carta, sempre alla ricerca di spunti e idee nuove sulle quali far convergere l’interesse del contraltare aziendale di una vita. Desiderava ardentemente che questa sua creazione fosse il risultato di un’espressione di geometria pura e in modo del tutto inconsueto – quasi miracolosamente, direi – nel caso di Loft l’azienda permise a mio padre di esprimersi come voleva. Il successo ottenuto, testimoniato dalla più che consistente vendita del prodotto, lo stupì non poco, tenuto conto anche del fatto che si trattava di un divano che aveva bisogno di molto spazio per essere apprezzato e, di solito, negli appartamenti tutto questo spazio non c’è.
E lo stupore si fece ancora più straordinario quando, come ai tempi dell’Okay, grandi quantità di divani cominciarono a partire per gli Stati Uniti, a testimonianza del fatto che Adriano Piazzesi sapeva dare il meglio di sé quando era libero da condizionamenti e che talvolta il mercato sa premiare anche quei prodotti nati al riparo delle più brutali logiche commerciali.

Titolo / Title:

Adriano Piazzesi: poesia e disincanto del progetto industriale

Autore / Author:

David Piazzesi

Luogo / Place:

Firenze

Data / Date:

23 novembre 2018










Gianfranco Gualtierotti




Verso la fine dell’anno 2002, inizi 2003, ricordo che dal mio amico Raffaele (un genietto di fabbro) apparve un progetto molto interessante, disegnato da Adriano Piazzesi per Arketipo. Si trattava di un divano che consentiva due profondità di seduta. L’idea era semplicissima, costruendo la base del divano più profonda e facendo scorrere/spostare lo schienale, era possibile variare l’assetto e l’uso del divano.

Saltuariamente, ho avuto l’opportunità di seguire quasi tutti gli sviluppi del prodotto in seguito denominato Loft. L’officina che ne ha elaborato la struttura metallica interna è gestita da un amico che è anche stato prototipista di vari miei progetti, pertanto rammento bene i vari step che precedettero la soluzione definitiva. In particolare ricordo che la prima versione di Loft aveva lo schienale fisso realizzato in un unico elemento. Solo successivamente lo schienale fu diviso in due parti e quindi furono inserite cerniere a scatto per consentire di regolarne l’inclinazione.

L’idea di poter variare, con un semplice gesto, la profondità della seduta, mi colpì moltissimo per la sua eccezionale naturalezza. Da molti anni mi dedicavo alla progettazione di prodotti che liberassero lo spazio di seduta, senza vincoli predefiniti (ad esempio nel 1988 realizzando il sistema Europa disegnato per Zanotta da me con Alessandro Mazzoni Delle Stelle). Ma il semplice gesto funzionale di Loft m'apparve subito d'immediata comprensione, anche e soprattutto da parte degli utenti finali: fatto che, di conseguenza, faceva presagire che sarebbe stato Loft un prodotto di probabile successo; cosa peraltro puntualmente confermata in seguito.

Anche restringendo il campo alle sole realizzazioni italiane, ancora nel secolo scorso, altri prodotti hanno affrontato il tema (anche se in modo assai diversificato) della seduta variabile. A partire dal Maralunga ideato da Vico Magistretti nel 1973 per Cassina, quindi il sistema City che Antonio Citterio elaborò per B&B nel 1986, il divano Adia progettato nel 1988 da Paolo Piva sempre per B&B e il componibile Triclinum disegnato da Carlo Bimbi per Arketipo nel 1988. Ma nessuno, a mio avviso, ha la funzionalità e la freschezza formale che Loft ancora oggi dimostra.

Titolo / Title:

Note sul divano Loft di Adriano Piazzesi

Autore / Author:

Gianfranco Gualtierotti

Luogo / Place:

Pistoia

Data / Date:

29 settembre 2017










Federica Capoduri




Arthur Koestler definiva la creatività come «l’arte di sommare due e due ottenendo cinque». Ebbene, volendo trovare un’icona nel campo del design di prodotto made in Italy corrispondente a tale definizione, credo che il divano Loft ne rappresenti un esempio concreto. Esso è infatti la somma (ovvero il 5) della sorprendente unione fra: intelligenza progettuale (2); know-how aziendale (2); quid magico e fortuito (il pressoché imponderabile 1 finale) che ogni prodotto di successo serba e custodisce gelosamente dentro di sé.

E sono così convinta nell’affermare che questo modello algebrico-creativo abbia in Loft un valido campione nel campo del furniture anche e principalmente perché da qualche anno ne possiedo un esemplare (definizione che lo identifica perfettamente).
Come un silenzioso gigante Loft s'è ormai impadronito del mio soggiorno, regnandovi sovrano, ovvero con tutta la presunzione di chi sa che, una volta portato a casa e appoggiato sul pavimento (col decisivo sostegno di numerose braccia forzute), non sarà assolutamente facile, né consigliabile a chicchessìa, spostarlo di un solo centimetro.

L’affetto che provo per questo particolare articolo di Arketipo credo sia soprattutto da imputare all'artefice del progetto: Adriano Piazzesi, maestro che ho conosciuto in modo mediato, ma anche molto intimo, grazie all'attività di sbobinatura – primo incarico da giovane stagista universitaria – di una sua intervista solo di recente pubblicata [*]. Ed è stata proprio l’empatia creatasi in quel periodo di lavoro, a spingermi a indagare sui prodotti di cui Piazzesi parlava in maniera così romantica e sofferta.

Date le premesse, qualche anno più tardi a un Salone del Mobile fra me e Loft è inevitabilmente scattato il classico coup de foudre e così, appena avuta l’occasione, l’ho acquistato: sedotta e affascinata dall'intrigante connubio tra il rigore quasi scultoreo delle forme e la leggerezza spiritualmente creativa donata a quel colosso imbottito dall'immediato movimento dello schienale.

Ma al di là del piacere dell’utilizzo, il punto di forza della posizione critico-progettuale emergente da Loft è che il design non solo ha nella cultura materiale un referente ineludibile, ma addirittura ne diviene un referente primario: la sua alta valenza espositiva (sia di qualità che di forma) è motivo d’interesse: la sua storia crea dialogo, relazione, intreccio.
Infine gratifica il fatto che Loft sia indubbiamente un'opera “senza età” – ricordiamoci che risale al 2003 –, e può senz'altro ambire a una presenza eccellente sulle scene abitative ancora per molto, molto tempo, avendo così modo di distoglierci, almeno in parte, dall'ormai imperante visione “ikeiana” che sta sempre più de-radicando i gusti arredativi contemporanei.

Titolo / Title:

Sull'instradamento al design

Autore / Author:

Federica Capoduri

Luogo / Place:

Certaldo - Firenze

Data / Date:

20 settembre 2017




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